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Associazioni e Movimenti laicali nella Chiesa locale

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pubblicato lunedì 20 ottobre 2008


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Relazione di Mons. Giuseppe Dal Ferro *
all'Incontro delle Associazioni e Movimenti laicali della Diocesi di Vittorio Veneto
tenuta domenica 19 Ottobre 2008 a Vittorio Veneto

***

Il disagio esistente fra le forme associative laicali e le strutture pastorali ecclesiali è dovuto senza dubbio al moltiplicarsi degli organismi pastorali, ma anche a carenze ecclesiologiche nelle aggregazioni ecclesiali. Molte associazioni appartengono come struttura a ordinamenti pre conciliari (1946), quando, dopo la parentesi fascista, si è riorganizzato in Italia l'apostolato dei laici. Altri movimenti sono sorti come onda lunga del 1968, rivendicando visibilità ed autonomia nella testimonianza della fede. Non diciamo che le une e gli altri non siano stati accettati dalla Chiesa. Vogliamo solo evidenziare la radice di possibili carenze ecclesiologiche in essi, causa oggi di malessere e di difficile armonizzazione. Vediamo brevemente anzitutto una analisi storica, per passare poi a parlare del concetto di laico secondo il Concilio e dei criteri di ecclesialità richiesti alle aggregazioni laicali. Tenteremo alla fine di indicare alcune linee di rinnovamento teologico delle associazioni.


1. Evoluzione storica dell'associazionismo

Le aggregazioni laicali nella Chiesa sono sempre esistite.

a) Ricordiamo le antiche confraternite, finalizzate alla santificazione personale, al mutuo soccorso e alla carità. Le più antiche risalgono al 1000. La loro sede era una chiesa o un altare con indulgenze particolari. Sappiamo come dopo il Concilio di Trento queste confraternite siano state di grande aiuto per il rinnovamento della Chiesa. Ad esse risalgono molte opere di misericordia nei confronti dei bisognosi e devozioni che si sono poi tramandate nei secoli.

b) Ricordiamo le cooperative del secolo scorso, meritevoli di aver promosso opere di carità. L'attività sociale era abbinata sempre a forme di pietà e ad impegni di testimonianza.

c) Alla fine del secolo scorso sorsero le prime associazioni, alcune in difesa della Chiesa, ignorata e combattuta dai governi, altre orientate all'azione apostolica. L'Azione Cattolica è tra queste la più antica e, data la sua specifica attività pastorale, ha avuto il merito, secondo Yves Congar, di maturare una nuova ecclesiologia nei confronti del laicato.

Il ventennio fascista ha interrotto l'attività delle associazioni laicali, viste come concorrenti all'educazione che il fascio impartiva ai giovani. Solo l'Azione Cattolica poté sopravvivere con difficoltà, mortificata nei suoi impegni. Nel 1946, all'indomani della caduta del fascismo, le vecchie associazioni ripresero attività e molte nuove sorsero. Si trattava di riorganizzare una società con un'anima cristiana. Poiché in questi anni sorsero forme sindacali e professionali unitarie, cioè senza distinzioni ideologiche, Pio XII autorizzò i cattolici a prendervi parte, purché avessero alle spalle una associazione cattolica di sostegno. Sorsero così una miriade di associazioni di pastorale di ambiente con la finalità principale educativa. Si noti come in quegli anni l'ecclesiologia non avesse avuto grandi sviluppi. Essere cristiani attivi nell'apostolato equivaleva appartenere a una Chiesa caratterizzata dalle quattro note: unità, santità, cattolicità e apostolicità, dove le prime due note riguardavano la fede e la fedeltà alla dottrina; le seconde due l'espansione della Chiesa nel mondo. Nel 1943 fu pubblicata l'enciclica Mystici corporis di Pio XII dove si parlò di una unità misteriosa dei credenti in Cristo, ma si finiva per ricondurla poi all'unità della Chiesa visibile. È significativo che in Italia la Conferenza episcopale italiana non sia esistita prima dei Concilio. La pastorale italiana era affidata alle associazioni sotto la guida dell'Azione Cattolica.

d) Con il Concilio si elabora una più ricca ecclesiologia ricentrata in Cristo, di cui il carattere prevalente era la Chiesa mistero, ossia segno e strumento del Regno di Dio. Tutto il popolo di Dio era chiamato ad essere Chiesa, cioè parte attiva nella crescita del Regno. L'appartenenza alla Chiesa non doveva perciò avere canali privilegiati. Quale era allora il posto dell'associazionismo? Come poteva un gruppo associato assumersi l'incarico nella pastorale? Le associazioni non erano intralcio alla partecipazione spontanea di tutto il popolo di Dio?

e) Negli anni '70 si ha la crisi dell'ideologia politica e si diffonde una cultura anti-istituzionale, spontaneistica, pragmatica. Di fronte allo svuotamento dell'appartenenza ecclesiale e al prevalere delle cose da fare sull'essere, sorgono i movimenti e i gruppi spontanei, i quali assumono la nuova cultura e si preoccupano di esprimere una loro identità cristiana. Si abbandonano così le strutture organiche ed istituzionalizzate delle associazioni e si scelgono per adesione alcune idee forza, oppure l'appartenenza a un gruppo.

Oggi ci troviamo con associazioni con una ecclesiologia pre conciliare e con movimenti caratterizzati da alcune idee forza. Lo sforzo richiesto alle une e agli altri è quello di convergere in una Chiesa comunione, che nel frattempo si è sviluppata con una pluralità di strutture proprie, spesso in sovrapposizione agli spazi occupati precedentemente dalle aggregazioni laicali.


2. Prospettiva cristologica della laicità

Prima del Concilio l'attività secolare era compito dei laici, mentre ai sacerdoti spettava occuparsi delle cose di chiesa. Questa visione dicotomica era più sociologica che teologica. Con il Vaticano il si afferma che è tutto il Popolo di Dio, laici e clero, a svolgere la missione cristiana nel mondo, cioè è tutto il Popolo di Dio a rendere il culto a Dio.

a) Nel capitolo V della Lumen gentium si descrive la chiamata universale alla santità di tutti i battezzati. Questi sono chiamati a condividere l'amore dei Padre per il mondo sull'esempio di Gesù Cristo. Tale dimensione cristologica, pur vissuta in vari modi, è unitaria.

b) Yves Congar parla di bipolarità di ogni vocazione cristiana, ciò che appartiene a tutta la Chiesa è vissuto come segno e come profezia esemplarmente da alcuni, perché tutta la Chiesa possa continuamente vivere la sua vocazione. L'impegno quindi evangelico verso la storia e il mondo è fondamentalmente di tutta la Chiesa e non dei soli laici, ma da questi è vissuto in forma profetica diversificata, ed è finalizzato ad una presa di coscienza di tutta la comunità ecclesiale. La secolarità quindi dei laici è un dato "situazionale", un modo originale di vivere i rapporti "con il mondo", essendo "mondo", "nel" mondo e "non" del mondo, talvolta anche "contro" il mondo. Ciascun credente, in base alla propria storia, alle proprie doti, è chiamato ad agire nella Chiesa profeticamente, sviluppando un aspetto piuttosto che un altro di Cristo, ma non ritenendolo proprio e quindi riconducendolo al tutto, cioè al Cristo totale,

c) La Chiesa post conciliare ha parlato di carismi e ministeri ed ha accentuato il riferimento alla Chiesa locale, dove in concreto le persone si incontrano e vivono. La Chiesa viene dalla Trinità, si è affermato, di cui è immagine. Essa nasce dalla comunicazione di fede e dalla esperienza comune sacramentale. Su questo quadro di insieme unitario si collocano le infinite vie della ricchezza dello Spirito, fonti di missionarietà.

d) In questa prospettiva teologica l'appartenenza alla Chiesa non è un puro fatto organizzativo. Le associazioni e i movimenti diventano non fine ma mezzo.

Ci si chiede se queste aggregazioni si collochino sul versante di una educazione alla appartenenza ecclesiale (pre eucaristiche) oppure sul piano pastorale (espressione eucaristica). Crediamo che siano sul primo versante, anche se poi, alle dipendenze della comunità ecclesiale, possono svolgere compiti anche di servizio. In questa delicata distinzione si colloca il non facile rapporto con gli uffici pastorali. Si noti che la distinzione vale per le attività pastorali all'interno della Chiesa ed anche per la pastorale di ambiente. Ecco perché il documento della Cei sulle aggregazioni ecclesiali laicali (1993) riprende la distinzione fra associazioni di "ispirazione cristiana" e di "animazione cristiana" (n. 3), intendendo con la seconda un'azione di Chiesa in un settore laico, svolto però non a modo proprio ma con la corresponsabilità della Chiesa,

Le aggregazioni laicali pertanto, nate prima del Concilio, devono verificarsi profondamente su due versanti, da un lato se riescono nel loro ambiente specifico a far crescere il senso ecclesiale e la ricerca della santità, non appiattendosi sul fare ciò che sindacato e ordini professionali fanno (cioè se danno alla formazione la priorità); dall'altro se sono in grado di svolgere una pastorale di ambiente, non gestendola a titolo proprio, essendo questa sempre una azione di Chiesa. In sintesi potremmo dire che le associazioni laicali sono una grande scuola di formazione alla identità cristiana, aperta al dialogo, ponte prezioso di informazione e di attività fra il proprio ambiente e la Chiesa.

I movimenti ecclesiali, nati negli anni Settanta, non possono non interrogarsi se e come il loro carisma particolare può armonizzarsi con il tutto, consapevoli della loro parzialità dentro la Chiesa, ma insieme della ricchezza di un dono da stimolare all'interno della comunità. Essi oggi hanno anche la funzione di offrire una pluralità di vie alla santità e all'appartenenza ecclesiale, data la pluralità delle esigenze spirituali esistenti. È però necessario che abbiano la consapevolezza di essere "parte" e sentano il bisogno di armonizzarsi con il "tutto", senza pretendere egemonie o esclusivismi. Si potrebbe dire che devono vivere con la nostalgia del tutto e con la preoccupazione che la parte non sia disgiunta dal tutto. La Chiesa locale è il luogo di incontro. Per quanto riguarda l'attività pastorale anche questi movimenti devono poi attenersi alle linee programmatiche della Chiesa, senza inutili scavalcamenti fra Chiesa universale, Chiesa diocesana e Chiesa parrocchiale.


3. Agire e vivere in una Chiesa comunione

La qualifica di "ecclesiale", osserva il documento della Cei sulle aggregazioni ecclesiali del 1993, non è mai da dare per scontata, non essendo un'etichetta ma un titolo acquisito, non è una garanzia preventiva di autenticità (n. 11). Si aggiunge inoltre nel documento che "sapere di essere Chiesa (...) è ben diverso da ritenere di essere la Chiesa" (n. 13). La Chiesa è essenzialmente koinonia, ossia il legame di unione tra i credenti e Dio, fonte di un nuovo rapporto tra i credenti stessi. Il rapporto infatti verticale con Dio rende possibile l'unità orizzontale con i fratelli nella fede.

Ecco perché il proprio dono non va mai assolutizzato e perché ogni aggregazione deve continuamente interrogarsi su alcuni criteri di ecclesialità elencati nel documento (n. 17). Essi sono:

a) il primato della vocazione di ogni cristiano alla santità;

b) la responsabilità di ogni aggregazione di confessare la fede cattolica;

c) la disponibilità a un riconoscimento reciproco fra le aggregazioni ed a una collaborazione;

d) la presenza apostolica in conformità al fine apostolico della Chiesa;

e) la presenza nella società per far crescere il Regno di Dio.

Questi criteri sono ispirati alla teologia che abbiamo cercato di presentare: il primo si riferisce alla Chiesa mistero di Cristo, i secondi due alla Chiesa comunione e gli ultimi due alla finalità missionaria della Chiesa presente nel mondo per far crescere il Regno di Dio (n. 18).

Tutti desideriamo una Chiesa di partecipazione, che consenta il superamento delle strutture di dipendenza e di anonimato. Le aggregazioni sono strumenti adatti a tale scopo. Chiesa locale e coscienza ecclesiale postulano una strategia di appartenenza che le aggregazioni possono far crescere, purché non prevalga l'appartenenza all'associazione rispetto a quella ecclesiale. La difficoltà è rappresentata principalmente dal passaggio dalla associazione alla Chiesa, perché in quel momento l'associazione, esaurito il suo scopo, sembra perdere qualcosa. Gioverà ricordare allora quanto sopra abbiamo detto con una espressione del teologo Severino Dianich: "Le aggregazioni sono sempre comunità pre eucaristiche e momento di passaggio verso la comunità autenticamente eucaristica, il cui nome compete solo alla Chiesa locale, anche nella sua forma parrocchiale".

Oggi si parla dello Spirito, che guida la soggettività verso sentieri originali, a volte non istituzionali. Non vi è dubbio che una riflessione teologica sullo Spirito sia indispensabile per ridare dinamicità alla crescita del Regno di Dio. Ricordiamo tuttavia che quanto abbiamo detto non viene meno in una teologia profondamente trinitaria, nella quale lo Spirito fa convergere in Cristo e non divergere da esso, e insegna il rispetto dell'alterità, non la sopraffazione.


4. A servizio della Chiesa locale

La Chiesa si esprime nella sua pienezza attorno al Vescovo, che in essa assicura l'autenticità celebrando l'Eucarestia. E attorno al Vescovo che la Chiesa si raccoglie nell'unità e nella missione, affidatale da Cristo, per contribuire alla costruzione del Regno di Dio, di cui è già l'inizio. Alla convergenza e all'armonia devono tendere tutti gli organismi ecclesiali, a seconda della propria natura, dal consiglio pastorale alle aggregazioni laicali agli uffici pastorali.

Secondo la Christifideles laici i consigli pastorali hanno il compito di convogliare tutte le forze esistenti in progetti unitari, per rispondere a precise esigenze del territorio, attraverso una programmazione comune (n. 23). Le aggregazioni laicali, pur conservando la loro diversità, che è fonte di dinamismo rinnovatore, hanno il compito di operare all'interno di tale programmazione, in pacifica convivenza e collaborazione fra loro (n. 29). Ciò richiede un coordinamento non ridotto ad omologazione e ad uniformità, ma derivante dalla consapevolezza che le proprie ricchezze non possono essere assolutizzate perché fanno parte di un disegno ecclesiale più grande. Le consulte delle aggregazioni ecclesiali sono il momento privilegiato per favorire tale armonia e aiutare le aggregazioni a lavorare insieme all'interno della Chiesa locale, così da assicurare una comunione sempre più piena e una efficace missione nel mondo, impedendo che la Chiesa si chiuda in se stessa. Una delle difficoltà da risolvere è l'armonioso rapporto fra consiglio pastorale, aggregazioni laicali e uffici, attraverso rappresentanze significative della consulta in seno al consiglio pastorale diocesano e il non assorbimento delle associazioni da parte degli uffici pastorali. Non possiamo dimenticare che i vari organismi pastorali richiedono laici continuamente in formazione e ciò è possibile solo nella vita associativa, dinamicamente assunta.

Rimane poi il problema della missione nel mondo, attraverso quella che un tempo era chiamata "pastorale d'ambiente". Ora solo aggregazioni specializzate riescono a penetrare negli ambienti e nelle professioni e comunicare, soprattutto attraverso la testimonianza, il Vangelo. Le aggregazioni ecclesiali dei laici possono così diventare ponte fra la Chiesa e il mondo, informando la Chiesa dei problemi reali e agendo ecclesialmente nel mondo. Si richiede tuttavia ad esse la capacità di un agire insieme, non concorrenziale, con creatività e autenticità evangelica.

La consulta delle aggregazioni laicali di conseguenza dovrà stimolare le aggregazioni laicali a rinnovarsi continuamente, a collaborare insieme, a rinnovare in continuità i propri cammini formativi per gli aderenti, così da essere in grado di vivere cristianamente la vita quotidiana e tendere alla santità (Ch. L., 17). Nasce in tal modo la radicale originalità della santità laicale, fatta di testimonianza dell'inedito di Dio (povertà, dialogo, trascendenza), vivendo le situazioni comuni ed andando oltre ad esse per scoprire il loro significato profondo, la loro pienezza. La consulta inoltre dovrebbe preoccuparsi della formazione di personalità in grado di rendere significativa la Chiesa nel proprio territorio. Infine è compito della consulta favorire l'azione comune delle aggregazioni, soprattutto negli stessi settori, e stabilire un rapporto fra la loro azione e quella delle comunità cristiane, titolari sempre della missione.


5. Conclusione

Vogliamo concludere con alcune affermazioni riassuntive, che andrebbero sviluppate:

a) Le aggregazioni laicali dovrebbero fondarsi sempre più su motivazioni di fede anziché su esigenze sociologiche (cristologia).

b) Sono sempre strumento e non possono identificarsi con la Chiesa (ecclesiologia).

c) Sono sempre in funzione delle persone e della loro vocazione alla santità.

d) Le comunità ecclesiali da parte loro devono essere ospitali, lasciarsi interrogare dalle aggregazioni laicali, farle vivere, essendo preziosi cammini di formazione all'appartenenza ecclesiale e stimolo alla crescita dell'intera comunità.

e) La pastorale rimane compito della Chiesa come tale, essendo espressione unitaria. Essa però non può ignorare la ricchezza carismatica delle aggregazioni, anzi deve servirsi di essa, soprattutto per l'animazione cristiana degli ambienti.



mons. Giuseppe Dal Ferro


*
Delegato vescovile per il laicato della Diocesi di Vicenza
Assistente della Consulta delle Aggregazioni laicali del Triveneto
Direttore dell'Istituto Rezzara



 
 
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