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pubblicato lunedì 20 ottobre 2008



Alla Chiesa e alla società servono laici con gli occhi rivolti al cielo ma con i piedi ben piantati per terra. Capaci di stare nel mondo, di immergersi nei suoi problemi, di portarvi Cristo. Così li avevano immaginati i padri conciliari. Poi la storia ha preso strade diverse e oggi il laicato è ancora una delle questioni aperte e non compiute della Chiesa. Questione che la Consulta delle aggregazioni laicali tiene viva nella nostra Diocesi. «A 40 anni dal Concilio - afferma il presidente Dante Dal Cin - bisogna riprendere in mano i suoi documenti per riscoprire la grande ricchezza di stimoli dottrinali e pastorali. Ai laici, in modo particolare, il Concilio ha affidato la missione di "cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e orientandole secondo Dio" (LG 31).

L'hanno compiuta i laici questa missione affidata dal Concilio?

«Solo in parte. Colgo una debolezza dei laici cristiani legata allo scarso spessore della loro secolarità, forse causa, forse effetto del modo debole con cui la Chiesa vive il suo "essere per il mondo". Dentro la comunità cristiana i laici spesso assumono atteggiamenti passivi, di rinuncia, di dipendenza... Soprattutto oggi sono tentati di cedere a una mentalità che tende a omologarli».

Eppure vi sono molti laici impegnati nelle nostre parrocchie e associazioni.

«Abbiamo bisogno di laici che vivono la propria doppia appartenenza alla città dell'uomo e alla città di Dio, che stanno nella Chiesa in modo adulto, con una coscienza libera e matura, che vivono il loro impegno secolare in modo significativo e necessario per adempiere alla missione della Chiesa».

Lei insiste sull'impegno "secolare". Perché?

«Perché è necessario l'impegno nelle attività parrocchiali, è necessaria la preghiera, ma è necessario pure farsi interpreti del Vangelo nel mondo. Il laico conosce i problemi della gente, le sue tensioni e le sofferenze, e li deve portare all'interno della Chiesa dove, mediante il discernimento, si individuano le modalità per curare le ferite».

Andiamo sul concreto. Mi faccia un esempio di partecipazione dei laici alla vita della Chiesa secondo lo spirito del Concilio.

«La programmazione e la verifica delle attività pastorali dovrebbero essere fatte dal parroco insieme ai consiglieri pastorali. Programmare significa verificare la situazione della propria parrocchia e definire le iniziative in base alla realtà concreta, tenendo conto del Piano pastorale diocesano».

Ma i laici hanno voglia di assumersi maggiori responsabilità?

«Nel 1996 abbiamo celebrato un convegno diocesano in cui i laici hanno dimostrato che, quando sono coinvolti, sanno mettersi in gioco. Lì sono venuti fuori diversi laici preparati e competenti. Riconosco che oggi vi è una tendenza al "quieto vivere". Ma non è questa la nostra chiamata».

Quale contributo può dare la Consulta per far crescere un laicato più consapevole e maturo?

«Le associazioni e i movimenti formano i laici perché siano inseriti nel mondo e nella vita. La trentina di aggregazioni diocesane sono animate dalla medesima finalità: partecipare responsabilmente alla missione della Chiesa di portare il Vangelo come fonte di speranza per l'uomo di oggi e di rinnovamento per la società».

Federico Citron




(da L'Azione, n. 42 del 12/10/2008)




 
 
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