Arte Sacra e i Beni Culturali
 

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La tutela comincia dalla catalogazione

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pubblicato lunedì 29 ottobre 2007



Conoscere ciò che si possiede è l'azione che necessariamente deve precedere ogni iniziativa di tutela e di valorizzazione del patrimonio storico ed artistico. A questa fin troppo ovvia richiesta di conoscenza risponde la catalogazione dei beni culturali. La scheda dei beni storico-artistici contiene le risposte ad alcune semplici domande: come si chiama l'oggetto e come è fatto? dove è collocato e chi ne è il proprietario o il custode? di che epoca è? con quale materiale è realizzato? quali sono le sue dimensioni? in quale stato di conservazione si trova?

Si crea così una sorta di carta d'identità dell'oggetto, che ne permette il riconoscimento e rende univoco, anche grazie alla realizzazione di un'adatta immagine fotografica, il legame tra l'oggetto e la scheda. È questa un'impostazione catalografica che potremmo definire "naturale" tanto è storicamente radicata nella nostra percezione critica degli oggetti. Basti ricordare che nel 1837, nel corso delle visite pastorali, l'allora vescovo di Ceneda Bernardo Squarcina diffondeva dei questionari che dovevano documentare il patrimonio di ogni chiesa e che ponevano le stesse domande: il cambiamento più evidente si nota nel linguaggio utilizzato, ora più rigidamente normativo e nella scelta degli oggetti da catalogare, oggi molto più ampia di allora.

Nel 1964-66 la Commissione Franceschini, che prende il nome dall'onorevole vittoriese Francesco Franceschini che la presiedette, non solo introdusse il concetto di "bene culturale", ma espresse la necessità di redigere un catalogo nazionale dei beni culturali, prefigurando anche l'impiego degli allora nascenti strumenti elettronici per l'archiviazione e condivisione dei dati.

Non deve essere comunque dimenticato che la scheda OA che ci è richiesta è il primo gradino della ricerca, non è un'esercitazione di storia dell'arte o di vaga cultura, non è un lavoro fine a se stesso o il punto d'arrivo della storia di questo oggetto. Ma spesso per rendere le cose semplici bisogna saper raggruppare un buon numero di conoscenze storiche e tecniche affinché la scheda sia precisa e chiara, ancor prima che dotta.

Per ciò che riguarda la nostra diocesi, ripercorrere le tappe della catalogazione dei beni culturali significa rendere omaggio all'impegno e alla lungimiranza di monsignor Michele Ossi, che fin dalla fine degli anni Ottanta ha voluto costituire un gruppo di catalogatori guidati dal dottor Giorgio Fossaluzza. Era un progetto ambizioso, in cui don Michele credeva fermamente e che ha portato la nostra diocesi ad essere pronta nel 1996 quando la Conferenza episcopale italiana, anche con i fondi dell'otto per mille, ha messo a punto uno specifico progetto di catalogazione dei beni di proprietà della Chiesa italiana.

Oggi esiste all'Ufficio per l'arte sacra un piccolo spazio, l'Archivio dei beni culturali, dove sono raccolte le migliaia di schede cartacee prodotte da diversi enti, Soprintendenza e Regione del Veneto, ma in cui è possibile incontrare anche dei collaboratori che, utilizzando un agile programma messo a punto dalla Cei, archiviano dati e immagini frutto delle ricognizioni effettuate nelle chiese. In questo momento si sta concludendo la catalogazione della parrocchia di Orsago: chiesa e oratori, armadi e soffitte, hanno rivelato il loro patrimonio che entrerà a far parte della banca dati locale e nazionale; un lavoro paziente, necessario non solo nelle malaugurate occasioni di furto, ma anche per i restauri e soprattutto per conoscere la vastità e la qualità storica e tecnica del nostro patrimonio ecclesiastico, quale vera testimonianza di fede e civiltà.

Silvia Bevilacqua




(da L'Azione, n. 44 del 28/10/2007)




 
 
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