Arte Sacra e i Beni Culturali
 

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Dalla città delle auto alla città dell'uomo

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pubblicato giovedì 15 maggio 2008



Che importanza attribuire ai sagrati ai nostri giorni?


La città di tutti i giorni vive nel paradosso della fantasmagoria e della vorticosità. Il sistema pubblicitario si fa trasgressivo e incalzante, deve sedurre il viandante ormai privato di spazi per sostare nel sistema urbano. I mezzi di locomozione hanno invaso la città, per cui in molti si è radicato il convincimento che quanto interconnette casa, ufficio, fabbrica, supermercato, è luogo di puro passaggio e di non di rilassante fruizione. Attualmente strade e piazze servono quasi esclusivamente per lo scorrimento delle auto o come semplice "separazione" tra gli edifici, anche nelle zone pedonali gli spazi aperti hanno perso varietà tipologica. Non ci sono esterni adatti alla socializzazione diversi per target e per uso.

Vittima illustre di questa entropia urbanistica e il sagrato, sovente riciclato a parcheggio, devoluto al transito, ridotto a piazza, esautorato di sacralità.

In passato, invece, il sagrato ebbe notevole importanza tanto sul piano civile quanto su quello religioso. Luogo sacro antistante la chiesa, nei tempi antichi godeva degli stessi privilegi e prerogative della chiesa stessa. Ma nel corso dei secoli scivola sempre più verso l'uso profano, fino ad arrivare alle soppressioni napoleoniche. La cultura dominante della metà '800 in poi mette decisamente in ombra il suo carattere religioso. Ma dopo il Concilio Vaticano II questo riprende importanza. Nella Nota pastorale della C.E.I. "La progettazione di nuove chiese", del 18 febbraio 1993 si comprende la volontà di restituirne il vero significato e ruolo: «È questa un'area molto importante da prevedere in quanto capace di esprimere valori significativi: quello della "soglia", dell'accoglienza e del rinvio; per questo, si può anche prevedere che sia dotato di un porticato o di elementi similari. Talvolta può essere anche luogo di celebrazione, il che richiede che il sagrato sia riservato ad uso esclusivamente pedonale. Deve tuttavia mantenere la sua funzione di tramite e di filtro (non di barriera) nel rapporto con il contesto urbano».

Questo spazio studiato, se si tratta di una nuova chiesa, o recuperato, se si riferisce ad una struttura storica (situazione più rilevante nelle nostre comunità locali), esprime una dimensione antropologica, liturgica e culturale intesa sia come preparazione attraverso l'incontro e il saluto di coloro che convergono per il medesimo motivo e guidati dalla stessa fede, sia come momento altrettanto prezioso per immettersi, insieme, nella vita quotidiana. Il sagrato è, dunque, uno spazio prezioso che prepara all'ingresso nell'aula, è anticipo di essa, nella dinamica ecclesiale. Va dunque restituito ai cittadini e tolto alle auto, o come spesso accade, ri-definito rispetto al caos urbano che circonda il luogo della chiesa.

Come architetto ritengo che ri-pensare il sagrato oggi significa trasferire nelle capacità del progettista la volontà di comunicare, attraverso i segni che sono propri del linguaggio architettonico, questo rapporto oramai lacerato tra l'edifico chiesa e la città, tra l'architettura civile e architettura pervasa da gesti secolari. Tralasciando banali atteggiamenti di mimetismo storico o acceso neo formalismo che sviluppano la sola attenzione al piano orizzontale (lastricato con scontate geometrie), o assumono come referente progettuale valori tecnici come l'essere pratico, funzionale facile da mantenere.

Nella sua progettazione, sia che si tratti di restaurare un luogo, sia che si tratti di inventarlo, è fondamentale conservare gli aspetti legati alla dimensione sociale e ancor più a quella spirituale, conferendo equilibrio alle espressioni o scelte del progettista e alle attese degli utenti. Come ha osservato Bruno Taut (1912)... «le case e gli edifici pubblici, culminano con il duomo o il tempio, formando un tutt'uno che si potrebbe definire un'unica costruzione». Ma nella città contemporanea, nata da una cultura laica, pluralista e non più teocentrica, l'edificio sacro è solo il luogo della "scelta", non dell' "obbligo". Ciò che è certo è che deve legarsi alla città, ma anche stabilire con essa una distanza (il sagrato).

Due esempi. Nel "recupero" mi è familiare pensare alle situazioni di Oderzo e Motta di Livenza, un nuovo lastricato e la sua pedonalizzazione hanno ridato significato ad un vuoto. L'esperienza di Gaiarine (San Tommaso di Canterbury) è invece significante per aver "costruito" un luogo che interpreta in maniera corretta il ruolo del sagrato voluto dalla Riforma Conciliare.

Marzio Piaser




(da L'Azione, n. 21 del 11/05/2008)




 
 
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