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La luce in una chiesa

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pubblicato giovedě 15 maggio 2008



L'importanza dell'illuminazione dei luoghi sacri

Nel corso dei secoli si è assistito alla trasformazione dell'architettura, alla formulazione di diversi stili che nel loro concetto primario avevano sempre una diretta relazione con la luce naturale, al ruolo che questa doveva avere all'interno e all'esterno degli edifici. Tale principio si esprimeva con maggiore forza soprattutto nel concepimento di edifici in cui la luce aveva anche un valore simbolico, in particolar modo se si considerano le chiese. Infatti, in un impianto romanico la luce è concentrata e precisa per creare un ambiente austero e misurato, in cui il valore è soprattutto dato dalla mancanza di luce, a differenza di un edificio barocco in cui la luce è strumento per mettere in evidenza soprattutto l'apparato plastico e quindi il virtuosismo e gli effetti percettivi. Per lungo tempo la luce naturale è stata accompagnata da un'illuminazione artificiale data da candele, che creavano tenui ambiti di preghiera, un'atmosfera soffusa strettamente legata all'ambito della celebrazione. Ma con lo sviluppo della tecnologia e le nuove necessità liturgiche è cambiata l'attenzione verso uno degli elementi fondamentali della progettazione di edifici a carattere religioso. Un edificio sacro si distingue non solo per l'architettura che gli ha dato forma ma soprattutto per la presenza, al suo interno, di luoghi significativi, spazi e ambiti il cui ruolo è intrinsecamente legato alla celebrazione liturgica e per tale motivo ne va dato rilievo secondo una gerarchia precisa e attenta, in cui la luce risulta uno dei fattori di maggiore attenzione. Purtroppo si assiste spesso alla realizzazione di impianti di illuminazione che vengono concepiti alla stessa stregua di ambiti residenziali o addirittura industriali, in cui non si considera assolutamente il carattere monumentale, artistico dell'architettura su cui si opera, effettuando spesso errori irreparabili; tutto ciò sostanzialmente perché manca una conoscenza delle caratteristiche del luogo in cui si agisce. La luce artificiale deve essere progettata a partire dal luogo in cui questa si deve inserire, rispettando l'architettura, mettendo in risalto gli elementi d'arte presenti, ma soprattutto creando un dialogo tra questi elementi e i caratteri liturgici in essa contenuti, evidenziando i fuochi liturgici e gli ambiti celebrativi.

La luce deve essere intesa come "comunicazione" e non semplicemente come strumento per vedere un luogo, deve permettere la lettura di uno spazio capace di stimolare, suggerire emozioni, permettere il raccoglimento, evidenziando con un effetto di chiari e scuri, ambiti di funzione, percorsi, ma allo stesso tempo invitare alla preghiera e all'ascolto della Parola.

Un punto di riferimento è senza dubbio la nota pastorale "L'adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica", emanato dalla Cei nel 1996, in cui si legge che il principio fondamentale a cui dovrebbero attenersi i progettisti dell'illuminazione è dare evidenza e contribuire al costruirsi di un'assemblea che sia realmente unitaria e, nelle sue articolazioni ministeriali, sia in grado di agire e si percepisca, anche visivamente, come una realtà tutta intera e uniforme.

Fondamentale il ruolo esercitato dall'Ordinario diocesano, il quale, attraverso la Commissione per l'arte sacra, costituisce sicuramente un punto di riferimento sul territorio diocesano, in grado di offrire un valido supporto tecnico alle singole entità parrocchiali e di indicare soluzioni e modalità di intervento atte ad essere presentate poi, per il parere di competenza, ai diversi organi di tutela presenti sul territorio.

Fabio Nassuato




(da L'Azione, n. 10 del 02/03/2008)




 
 
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