Centro Missionario Diocesano
 

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"Estate con...": Schegge del viaggio in Ciad

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pubblicato lunedì 17 settembre 2007



Gli incontri del gruppo "Estate con..." si sono concretizzati quest'anno in un viaggio in Ciad, presso la missione cattolica, in diocesi di Sarh, dove operano i nostri sacerdoti fidei donum.

Dal 4 al 27 agosto, accompagnati da don Adriano Bellotto e da don Egidio Menon, hanno avuto la possibilità di conoscere meglio quella realtà quattro giovani della nostra Diocesi: Daniela Amistani della parrocchia di Santa Maria delle Grazie di Conegliano, Andrea Boscariol di Oderzo, Fabian Bejan della Cattedrale di Vittorio Veneto e Mirco Andreon di Camino.

Riportiamo gli appunti di quest'ultimo, per rendere conto almeno un po' dell'intensità di questa esperienza.



giovedì 2 agosto

La mia cartoleria preferita, mi dona questo diario e questa penna super-comodi. Vedremo se sapranno tenere i ritmi africani.

domenica 5 agosto

Ieri sera l'occidente è finito alla discesa dal pullman dell'aeroporto. Un grande sbalzo tra l'Airbus della Air France e l'approssimativo e logoro aeroporto. La prima cosa notata da tutti è stata l'umidità, sebbene tutti veniamo dalla Pianura Padana. A casa non mi lamenterò mai più, perché qui in alcuni momenti non si respira proprio, soprattutto all'approssimarsi della pioggia dopo un paio di giorni sereni. Ma questa è la stagione delle piogge, tutto il verde che vediamo tra qualche mese sarà ingiallito dal secco, e resterà arido per l'altra metà dell'anno.

Nell'aereo non eravamo gli unici italiani, ce n'erano altri, anzi altre soprattutto, volontari di diocesi o del PIME.

Fuori dall'aeroporto il buio; e gente che bazzica sotto agli alberi del parcheggio. Guadagnarsi qualche valigia o persona da trasportare sul camioncino sarebbe un buon affare per loro. Un bambino protende le mani a coppa verso di noi e così insieme decliniamo il consumato paradigma nord-sud: lui povero - io ricco, lui mendica - io faccio la carità. Comunque prendo due piccioni con un panino: liberarmi di quel cibo in più e far felice il bimbo, che poi mi saluta col pollice in su, mentre ce ne andiamo col furgone.

La strada è larga, costeggiata da innumerevoli sedi di ministeri tchadiani e di enti dell'ONU. Quello che mi fa più specie sono le guardie alle entrate delle strutture: divisa, basco, kalashnikov. Mi rievocano l'orribile RUF che ha deturpato la Sierra Leone. L'autista guida piano, perché è notte, sebbene il traffico sia pari a zero e questa sia una delle pochissime strade di N'djamena asfaltate ed illuminate. Ci sorpassa uno dei suv bianchi dell'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati. Ricordiamo che il Tchad confina con il tristemente famoso Darfur. Lungo lo stradone principale compaiono poi bancarelle sgangherate e perfino una specie di locale notturno, con luci verdi e musica. Un misto tra disco-pub, garage e baracca.

Noi alloggiamo in una struttura della diocesi fatta apposta per ospitare chi come noi è di passaggio per andare nelle missioni. Si chiama Centre Catholique d'Accueil Kabalaye (CCAK). Dicono che si facciano pagare bene, ma è tutto molto pulito, sebbene grezzo. Qua si prende quello che c'è. Come la luce psichedelica della doccia o l'acqua di rubinetti e docce a temperatura ambiente, il rubinetto è unico, e non è un miscelatore. Caldo e freddo erano solo nostre invenzioni. VANITA'. Ne sono convinto ora.

Ci risvegliamo con il "muezzin" che invoca Allah dall'altoparlante dell'enorme moschea. Ci riaddormentiamo, ma ci risvegliamo con i canti gioiosi e interminabili della chiesa cattolica del quartiere Kabalaye.

Dopo una messa tra noi sei, si esce a piedi per le vie della capitale: strade sterrate piene di buche e pozzanghere, edifici abbastanza precari (in fango o mattoni cotti) che proseguono ambo i lati senza interruzione. Ciò che mi infastidisce di più è l'immondizia in giro. È ovunque. C'è molta plastica, chissà per quanto tempo rimarrà così sparpagliata per terra. Forse finché non viene bruciata, vediamo di persona qualche piccolo o grande falò. Le auto (poche, soprattutto taxi Peugeot), le jeep e i pick-up (su tutti i Toyota) e le moto (asiatiche: Honda, Kymco etc.) sfrecciano divincolandosi tra i pedoni. Facciamo un giro nel Mercato principale. C'è mercanzia di ogni tipo: frutta e verdura, ferramenta, sarti, carne con mosche, cd musicali con improbabili facce e molti prodotti importati dall'occidente, frutto di globalizzazione. Scorgiamo il Nido, latte in polvere della Nestlé, il Nescafé, la Coca-Cola, che riesce ad arrivare in ogni anfratto del mondo, il tè Lipton, solo per nominare i più altisonanti.

Mi rinfranca vedere che qui si ripara qualsiasi cosa, dai mezzi di trasporto ai telefonini. Ogni auto o moto è stata raffazzonata chissà quante volte, così da poter continuare a funzionare.

Chi chiede l'elemosina di solito sono ammalati, tutti contorti su se stessi, seduti tra i rifiuti, o bambini mandati dalle scuole coraniche. Uno di loro insiste, dopo aver cercato di rubarci una ricarica telefonica. Qualche altro ragazzo gli fa capire che deve smetterla. A quanto pare questi bambini vengono sfruttati dai loro maestri.

Noi bianchi siamo i NAZARA (deriva da "nazareno", quindi cristiano) e tutti ci guardano come degli alieni, ci salutano e ci propongono mercanzie; del resto ai loro occhi, in qualsiasi caso, noi siamo i ricchi. Tutti questi occhi puntati addosso mi fanno capire come si deve sentire una persona di colore nei nostri Paesi.

lunedì 6 agosto

Oggi enregistrement per chi di noi non era mai stato prima d'ora in Tchad. Il centro della polizia nazionale è un conglomerato di edifici fatiscenti. La serietà è poca e non è un buon biglietto da visita di questo Paese.

Nel Tchad di oggi mi appaiono evidenti delle contraddizioni. Si usa dire "il n'y a pas l'eau potable mais il y a le portable". Molta gente che deve procurarsi l'acqua dai pozzi, tuttavia possiede il cellulare, anche più evoluto del mio.

Raggiungiamo a bordo di un furgoncino privato adibito a mezzo pubblico il centro giovanile salesiano dove suona reggae musique e le casse lo-fi rendono ancora meglio. Il padre Philippe (francese) ci mostra orgoglioso le loro mirabili strutture. Una marea di bambini e ragazzi gioca nel cortile come in un oratorio italiano e diversi animatori provengono dall'Italia.

martedì 7 agosto

Eccoci in volo per Sarh, vi rimarremo due settimane. Finalmente proviamo il famoso aereo Cessna, da 11 posti. La compagnia è la MAF, ossia Mission Aviation Fellowship. È stata fondata dai cristiani protestanti e lavora in tutto il mondo. Trasporta chi opera nelle missioni, ma non rifiuta un passaggio a eventuali malati quando il viaggio è verso una città con ospedale. C'è da perdersi a studiare i quadranti del pilota. Per quel che riguarda turbolenze e virate, fisicamente è molto più comodo e umano dell'Airbus; per ora. Da 6000-11000 piedi si vede abbastanza bene ciò che sta sotto. Le prime zone sorvolate sono paludose, probabilmente allagate dalle piogge. Da quassù cerco di distinguere i villaggi e di capirne l'urbanistica: in questa zona sono molto radi. Dicono che il Fiume (Barh) Azoum sia straripato e infatti vediamo pozze d'acqua sparse un po' a caso attorno a ciò che può candidarsi ad essere il letto di un fiume. La sorpresa è che dobbiamo fare scalo ad Am Timan, perché con noi ci sono due tecnici che vogliono valutare se le piste di Am Timan, Sarh e Moundou potrebbero essere agibili anche per i loro aerei. Io avrei qualche dubbio, ma sono ignorante.

Am-Timan è la parrocchia dove operava don Tarcisio Bertacco. Dev'essere stato tenace: qui era solo e la maggioranza è musulmana (comunque la convivenza è buona). Il paese è molto più agricolo e privo di molte cose presenti a N'djamena, è molto più tradizionale. Ci facciamo accompagnare alla Chiesa. Anche qui rifiuti sparsi, anche se in minor quantità; l'igiene è un'opinione. Forse per questo la famiglia dei protestanti missionari che abitano qua affermano "at the beginning it was hard" (all'inizio è stata dura). Ma "now we like here" (ma ora ci piace questo luogo). Vi abitano da diversi anni, sono in missione per la Chiesa Evangelica; anche i loro vestiti, africani ed arabi, e i bambini, nati probabilmente in Tchad, danno prova della loro integrazione.

Salutata la gente e i bambini curiosi, ripartiamo per Sarh.

giovedì 9 agosto

Due giorni intensi gli ultimi. Ora recupero scrivendo tutto alla rinfusa e omettendo spesso le fonti.

Sarh sembra più vivibile e ci sono anche molti più cristiani e bianchi, in genere missionari. Infatti ci sono sedi di missioni ovunque in questa città: comboniani, salesiani, gesuiti, suore, missionari fidei donum delle diocesi, come i nostri Don Egidio e Don Carlo. Incontriamo anche ragazzi di Barcellona, arrivati con i gesuiti per 6 settimane. Fanno animazione con i bambini (gran pomeriggio di giochi e bans con loro e con animatori tchadiani; tantissimi i bambini); passano del tempo con gli ammalati delle suore di Madre Teresa e con dei giovani di Sarh, guardando filmati e discutendo ad esempio su temi quali petrolio e iniziazione. Ci sarebbe molto da dire e per questo sono stati scritti tanti libri su questi argomenti.

venerdì 10 agosto

La mattina bon voyage agli spagnoli c/o le Suore della Carità di M. Teresa. Nel pomeriggio Don Egidio ci porta al fiume Chari. Il panorama è stupendo, da safari africano tipo agenzia viaggi. Infatti proprio vicino al fiume c'è l'Hotel de Chasse, usato molti anni fa dai francesi per trascorrervi fine settimana di caccia. Ora è in uno stato di degrado penoso. C'era addirittura una piscina, ora è in preda alle capre. Cerchiamo di avvistare qualche ippopotamo, ma non c'è verso; saranno sott'acqua.

sabato 11 agosto

Anche Furida è tornata da N'djamena e oggi ci guida nel mercato. Ci offre pure la Maltina, un'ottima bevanda al malto, senza alcool, imbottigliata in Tchad. È una cosa speciale addentrarsi tra i vicoli ombrosi in cui lavorano i sarti. Si può osservarli ad armeggiare con le stoffe nigeriane nelle macchine da cucire.

domenica 12 agosto

Domenica, quindi Messa in parrocchia: 7,30 in sara (è la lingua locale, si legge "sarà"), 9,30 in francese. Becchiamo la seconda, ma a detta di Don Carlo ci è capitata una Messa "fiappa"; non gli do torto, le aspettative verso una messa africana erano più alte. Ma avremo altre occasioni.

Poi visitiamo una scuola (solo due classi) in costruzione nella brousse presso Doguigui la comunità più distante della parrocchia di Banda di cui don Carlo è parroco. Farà in modo che i bambini di 6-7 anni non facciano 7 km andata + 7 km ritorno per andare alla scuola più vicina. Però la gente non sente l'importanza cruciale della scuola: basterebbero due galline per pagare il maestro per un anno di scuola privata (anzi, si dice comunitaria in questo caso; fisicamente 4 pali e 4 stuoie). Ma è più facile che con la vendita delle galline si faccia festa.

lunedì 13 agosto

Oggi partecipiamo al rinnovo dei voti di due suore congolesi missionarie a Djoli (parrocchia dove è stato parroco anche don Tarcisio). A dispetto della minaccia di pioggia riusciamo a passare tutte le barriere. Sono delle sbarre che degli incaricati abbassano per impedire il passaggio in caso di pioggia in modo da non rovinare troppo lo sterrrato. La strada rossastra corre lunga e diritta tra gli alberi. Ricorda alcuni scenari da videogiochi di rally, per intenderci. Ad un certo punto la nostra carreggiata viene costeggiata da un'altra carreggiata... di asfalto! Il governatore originario di quel villaggio aveva pensato bene di fare un regalo per la sua elezione. Sembra una barzelletta, quindi per farmi credere ne porto a casa un pezzo come prova. Sì, un pezzo, perché con il tempo si è tutta sgretolata e riempita di buche.

Ciò che rende le strade malmesse sono le piogge, il terreno molto friabile (sabbia praticamente) e il passaggio di camion. Nel tratto che percorriamo oggi ci sono due ponti, ad una sola corsia e tanto stretti da impedire il passaggio ai camion stracarichi che transitano qui. Allora: prima del ponte si scarica tutto a mano e lo si porta oltre, poi il camion può passare e si ricarica di nuovo la merce. In Europa il carico che porta ognuno di questi camion vecchissimi sarebbe distribuito su minimo due rimorchi. Ma qui costa meno pagare una decina di braccia per fare questa noiosa operazione, piuttosto che effettuare due viaggi col camion. Il carburante costa molto in proporzione al costo della vita e agli stipendi.

Padre Livio (comboniano) che ci accompagna, ci parla di tante cose e in particolare del fatalismo che sopporta a fatica, dopo 25 anni in Tchad. "C'est ça comme ça" dicono pure i tchadiani che in altri Paesi africani hanno visto situazioni migliori. La gente non pensa che anche il Tchad potrebbe farcela a superare l'indigenza e tutti i problemi di base.

Però qualche decennio fa Sarh era migliore: c'erano coloni francesi, commercianti libanesi, greci etc. Poi i pericoli della guerra civile (penso che Livio intenda quella cominciata nel 1980) li hanno fatti fuggire. Ora le loro strutture cadono letteralmente a pezzi e in alcuni parti del centro Sarh sembra una città fantasma. Livio conferma che, come altrove, la continua situazione di conflitto tra milizie e esercito serve per avere sempre un governo debole (e pure corrotto), che non fa delle risorse naturali un bene comune per la Nazione.

Livio parla anche del meccanismo dei debiti, tramite un esempio. Una multinazionale che estrae petrolio individua con i satelliti una zona in cui probabilmente c'è dell'oro nero. Il Tchad chiede un prestito, poniamo agli USA. I soldi prestati finiscono nelle tasche dei sistema politico corrotto e non vengono investiti. Ovviamente il Tchad non è più in grado di saldare il debito, così gli USA si offrono di condonarlo, a patto che la multinazionale di cui parlavamo possa insediarsi nella zona ambita per vedere se per caso c'è del petrolio. Nel caso in cui lo trovasse, lo potrebbe sfruttare a piacimento. Il Tchad accetta. Spesso il petrolio c'è, come è stato per la città di Doba.

Da notare che secondo Transparency International il Tchad è tra i Paesi con l'indice più alto di percezione della corruzione.

venerdì 17 agosto

Ho dimenticato di raccontare della visita al villaggio di Bemouli, a Ferragosto. Là c'è un dispensario (= ambulatorio) del BELACD, una specie di Caritas tchadiana, gestita dalla Chiesa. Pare dignitosamente ben organizzato e sicuramente più affidabile dell'inefficiente ospedale pubblico di Sarh, che ora è persino in sciopero, come il resto degli statali non pagati.

Il BELACD gestisce anche l'ospedale di Maingara, che abbiamo visitato oggi. Il problema di questa struttura è la ricerca di fondi per tenerla in piedi. Ora aspettano una macchina per fare le radiografie, sarebbe utilissima per risolvere molti problemi.

Ma torniamo a Ferragosto. A Bemouli c'è poca gente. Salta la Messa dell'Assunta, perché moltissime persone sono impegnate nell'ambito dell'Iniziazione, rito importantissimo in questa zona, tanto che arrivano migliaia di persone da fuori. I campi vengono trascurati, tanto che si può rischiare la carestia nei mesi caldi. Siamo fortunati: vediamo le radunate sotto ad un grande mango a preparare la boule per gli iniziati. Usano i consueti grandi mortai e pali in legno. Ne hanno di forza. In questo modo fanno la farina; i cereali usati sono mais, miglio, orzo in genere. Poi nelle pentole annerite si cucina questa famosa boule, che è una specie di polenta, da arricchire con varie salse, per esempio quella di arachidi. È il piatto tipico, è il piatto dei poveri e l'analogia con il Veneto di 60 anni fa è inevitabile.

Due-tre uomini, "padrini" dei ragazzi, con delle foglie sopra ai vestiti vengono a prendere il cibo per portarlo in brousse. La situazione è carica di solennità e di serietà. Guai a toccare qualcuno, lo si renderebbe impuro. Tuttavia le donne si mettono volentieri in posa per le foto che ci hanno concesso di fare: le bacinelle in equilibrio sulla testa, il viso fiero; l'importante è che non ci avviciniamo troppo.

L'iniziazione si articola anche in molte altre fasi. Per esempio i ragazzi, mascherati, eseguono danze tribali nei villaggi. Oppure pestaggi da parte degli iniziati, che vengono sguinzagliati a picchiare chiunque trovino, per dimostrare la propria forza. Spesso girano nudi. Quando tornano a casa non possono più entrare nella casa della madre. La dimora paterna e quella materna sono divise in due capanne distinte. Si potrebbe aprire un capitolo interminabile sull'educazione dei figli e sulla scarsa profondità dei rapporti umani, soprattutto in famiglia. La cordialità e l'accoglienza, i sorrisi non devono illudere di trovarsi in un mondo idilliaco. Del resto anche in Europa l'affetto verso i figli si è sviluppato solamente negli ultimi secoli.

A Bemouli facciamo visita a Philibert, laico responsabile delle attività parrocchiali, tipo catechismo. La sua famiglia ci accoglie con gioia fuori dalle capanne: sedie, papa-fatigué (sdraio) e tè (probabilmente karkadè) strabollito, caldissimo e saturo di zucchero. Scolo il bicchiere, dicono che dia forza. Prima di andare ci regalano una gallina viva, come a Djoli ci avevano donato una capra e un'altra gallina. Generosità incredibile in confronto a quello che la gente possiede.

Veniamo ad oggi, finalmente. Stamane visita al museo di Sarh, piccolo e polveroso, ma interessante. Vi apprendo che gli onnipresenti tam-tam (le percussioni che noi chiamiamo "bonghi") sono fatti preferibilmente con pelle di cervo, ma anche di capra o montone. Le tastiere elettroniche qui sono sostituite dai fantastici balafon: una specie di xilofoni con i tasti in legno e le zucche oblunghe appese sotto a fare da casse di risonanza; le zucche hanno anche una membrana che vibra, una volta era di ali di pipistrello, ora è in plastica solitamente. Veniamo a sapere che l'ominide più antico mai trovato è tchadiano. Si chiama Toumaï e hanno rinvenuto il suo teschio sulle montagne del Tibesti, nel 2002.

I nostri missionari diocesani Don Carlo e Don Egidio conoscono molto la storia e la cultura tchadiane e sono molto disponibili alle domande. Chiedo e loro raccontano con generosità, fanno buone sintesi e non si perdono in sciocchezze o ripetizioni. A tutto ciò va aggiunto che sono due personaggi, simpatici, cordiali, sempre con la battuta pronta, fanno sentire l'interlocutore a proprio agio, ma seri se serve. Non sto "leccando", è così.

Carlo è arrivato qui per la prima volta nel '91 e dice che non aveva mai visto un agosto così: così umido. Il clima cambia anche qui. La mia mente va al nostro inquinamento e gli dico che fa riflettere il fatto che sia nostra la colpa di tali sconvolgimenti naturali.

Lui mi corregge: "qui spesso danno fuoco alla brousse per coltivare."

"Ma lo hanno sempre fatto?"

"No, i francesi li hanno costretti a coltivare [in particolare cotone] e a vestirsi (con la minaccia della prigione). Prima era un paradiso, erano raccoglitori e giravano nudi."

La civiltà! Chissà come continuerà la storia dell'uomo e della Terra.

Qui la popolazione aumenta. Quando passiamo con il pick-up per i quartieri, tantissimi bambini escono dalle case a salutarci correndo, agitando le mani e urlando con un gran sorriso: "laleeee!!!" (è un saluto in lingua araba, che qui è molto conosciuta). Ma alcuni hanno la pancia gonfia e molti di loro non arriveranno all'adolescenza.

Tutti dicono che il Tchad, invece che progredire, va sempre più indietro. Chiedo a Furida se la gente si rende conto che gli stranieri depredano le loro risorse, mentre li armano per uccidersi tra di loro. Lei dice di sì, ma più che altro i giovani, mentre i genitori sono meno consapevoli. Lei ammira gli ivoriani: in Costa d'Avorio si bruciano gli edifici francesi e i cantanti hip hop hanno testi impegnati su questi temi. Afferma che il presidente attuale non sarebbe male, ma che deve obbedire alla Francia.

Carlo mi ha spiegato come avvengono le elezioni: per avere la "tessera elettorale" c'è parecchia burocrazia, che permette di avere la maggioranza di elettori filo-MPS (ricorda la Florida...); a causa dell'analfabetismo la scheda per votare è un pacchetto di foto dei candidati, non ci vuol molto ad omettere qualche foto; a ciò si aggiunge l'ignoranza di molti villaggi, in cui tutti votano per il candidato consigliato dal capo villaggio, perché si fidano di lui; chi deve controllare che non vi siano brogli magari viene arrestato con una scusa il giorno prima, per impedirgli di essere presente ai seggi.

sabato 18 agosto

Oggi siamo invitati a pranzo da Furida. Niente boule, ma pastasciutta talmente scotta da essere bianca; entrée tipo insalata russa e poi carne, col cui sugo condire la pasta. Dalle suore invece si mangia sempre benissimo. Consci di questo, nel pomeriggio scrocchiamo il loro celebre karkadè (nella forma "sciroppo da allungare con acqua"), accompagnato da biscottini favolosi e arachidi caramellati.

Poi per me c'è lavoro da Franz, seguito dalla cena tra i suoi salesiani. Sono appena tornati da una 2-giorni con attraversamento del fiume con piroga bucata + 10 km di cammino per festeggiare le nuove strutture di Moutoumbine e fare qualche attività con la gente del luogo. Franz mi fa assaggiare orgoglioso l'uva selvatica che ha trovato, i primi grappoli che trova in Africa. Enrico mi fa assaggiare orgoglioso le termiti che ha catturato con luce e acqua. Mi accontento di una.

Non ho ancora parlato del contributo pratico che abbiamo cercato di dare noi cinque italiani, in Tchad per tre settimane. C'erano cose più interessanti da raccontare. Comunque, per la cronaca, abbiamo aiutato ad installare impianti elettrici, a "progettare" edifici parrocchiali e sistemato qualche ordinateur (= computer).

mercoledì 22 agosto

Lasciamo Sarh. A malincuore. Abbracciamo Carlo e tutti i tchadiani e missionari con cui abbiamo passato il nostro tempo. Egidio ci accompagnerà invece fino a N'djamena.

Patrick, il pilota del solito Cessna, mi invita a sedermi al posto di co-pilota: per me è un privilegio immenso. Patrick è gentile e disponibile alle mie domande. È originario della Svizzera, cantone tedesco, e vive da tre anni a N'djamena con moglie e una bambina. Gli chiedo se vola anche fino ad Abeché e se sa qualcosa sulla situazione di quella zona. Dice che ha sentito che i ribelli (non sa se tchadiani o janjaweed soudanesi) stanno attaccando le ONG. Con un po' di domande a raffica imparo a cosa serve (attenzione: solo a cosa serve) una discreta parte della strumentazione. Ciò che è affascinante è soprattutto l'uso dei pedali in combinazione con la cloche, supportati dalle "roulette" orizzontale e verticale.

La pista di Mongo è un po' più trascurata delle altre. Patrick mi racconta che in certi "aeroporti" a volte è costretto a fare vari giri in aria aspettando che venga scacciato il bestiame che invade la pista.

Ci accorgiamo subito che qui molte cose sono diverse: montagne rocciose che sono cumuli di massi rossicci; molta meno ombra perché, al posto dei manghi, c'è una specie di acacie spinose. Troppo sole per me, se non sei al riparo non ha pietà. Il deserto avanza, dicono che dieci anni fa fosse diverso l'ambiente. Però qui non ci sono incendi dolosi, solo qualche volta la brousse prende fuoco per errore umano. Il taglio degli alberi è più dannoso e così P. Franco Martellozzo (il gesuita che ci ospita) ha aiutato la creazione di un laboratorio in cui alcuni fabbri costruiscono forni solari (hanno una forma parabolica e possono superare i 200° C). Per riuscire a venderli praticano un prezzo più basso del normale (60 mila franchi CFA, 90 euro ca.). Questa vendita in perdita viene compensata dalla commercializzazione di altri lavori in ferro, ad esempio armadi. In questo modo la gente taglia meno alberi per cucinare. Le lamelle in acciaio (o alluminio?), rivestite di una pellicola argentata riflettente, si acquistano dalla Germania. È questo componente che fa salire le spese di produzione.

Approfittiamo allora per parlare di energia solare. I pannelli termici non penso abbiano senso, nessuno ha l'esigenza di lavarsi con l'acqua calda; in questo clima quella tiepida va più che bene. Qui potrebbe andare forte il fotovoltaico, considerando anche la scarsa affidabilità della rete elettrica pubblica. Il problema sta nella manutenzione, da quanto ho intuito. In Tchad non c'è alcuna azienda che lavora nel settore e quindi bisogna andare un po' allo sbaraglio, magari con tecnici europei, che poi tornano difficilmente dopo l'installazione. E così il non piccolo impianto del Grand Seminaire di Sarh è in panne da diversi giorni. Però ci sono anche impianti abbastanza buoni, come quello di Franco (lui dice che forse è il migliore del Tchad) e i pannelli delle suore, usati per il congelatore. Qualcuno mi spiega che l'altro problema è che in Italia si può immettere nella rete l'energia prodotta in eccedenza, mentre qui chi non è allacciato alla rete (ma forse anche chi lo è) è costretto a immagazzinare l'energia nelle batterie. Esse sono di non facile gestione e spesso bisogna caricarle con il gruppo elettrogeno se i pannelli soffrono di rannuvolamenti.

Torniamo su Mongo. La stragrande maggioranza della popolazione è araba: lineamenti diversi, tunica lunga, sulla testa un berrettino cilindrico o un turbante. Però l'Islam da queste parti è moderato, come dice Franco "non si fanno abbindolare dagli estremisti che vengono dai Paesi arabi a investire soldi in moschee o scuole coraniche". Anzi, ai ricconi stranieri lasciano costruire moschee, ma per farle gli scuciono anche sei volte la cifra che dovrebbero spendere. Invece le scuole se le costruiscono da soli e bene volentieri in lingua francese.

venerdì 24 agosto

Franco è un veterano del Tchad. Prima era stato anche prete operaio e sessantottino. Ha scritto dei libri sul Tchad e in questi giorni ne sta traducendo uno dall'originale in italiano al francese. In Italia lo si può avere tramite sua sorella.

Collabora molto con gli arabi, i quali lo stimano. Con loro costruisce scuole comunitarie (cioè pagate dalla comunità anziché dallo Stato) e banche dei cereali, che servono per far fronte alle stagioni secche. Dice che stimano di più i cattolici, che aiutano concretamente le comunità, piuttosto dei musulmani che predicano e poco più. Franco, nei suoi discorsi, insiste sorridendo su questo ragionamento: "i protestanti metto all'inferno gli altri, lo stesso fanno i musulmani; i cattolici qua non mettono all'inferno nessuno, quindi sono essi ad avere la verità, perché non giudicano nessuno, solo Dio può farlo".

Gli chiedo di svelarmi una curiosità: come si comincia una missione in un luogo in cui nessuno ha la più pallida idea di cosa sia il Vangelo. In genere la cosa funziona così invece: c'è una missione nel paese A, una persona del paese B si trova nel villaggio A e viene a contatto con la missione; poi torna a B e racconta; può succedere che si formi un gruppo che legge la Parola di Dio etc. e che questo faccia richiesta della presenza di un missionario. È solo allora che il religioso interviene, quando il nucleo è già formato. Pare, quindi, non un evangelizzare aggressivo, ma piuttosto un rispondere ai bisogni della gente, spirituali, ma anche di comunità e pratici (vedi scuole e ospedali). Secondo Franco il Papa e la Chiesa in genere dovrebbero prendere posizione con forza su due temi: l'ecologia e la corruzione (che dilaga nel mondo).

Il primo giorno a Mongo abbiamo incontrato anche un sultano che ha una funzione, in prevalenza, di paciere nel suo "distretto" (non ricordo la definizione esatta della suddivisione territoriale). Questo tipo di cariche sono state introdotte con l'arrivo dei francesi, che avevano bisogno di rappresentanti locali con cui interloquire, ma non hanno un potere ufficialmente riconosciuto, da quello che ho potuto capire con il mio scadente francese. È stato suggestivo sedere con lui e con il suo figlioletto dal viso intelligente, sul grande tappeto, in una delle stanze della sua casupola.

Erano come fratelli lui e Padre Tarcisio. Quest'ultimo ha perso la vita nello stesso periodo in cui è morto anche il padre del sultano, il quale gli ha lasciato in eredità la carica. Dev'essere stato un doppio duro colpo, si vede da come ne parla, anche se la compostezza non muta.

Chiaramente molte cose in questo soggiorno a Mongo si intrecciano con la vita e morte di Don Tarcisio. Visitiamo la sua tomba ai margini di un pascolo, celebriamo una messa in suo ricordo e vediamo il luogo dell'incidente fatale. Ci sono ancora alcuni piccoli vetri della macchina a bordo strada. In questi ultimi tempi lavorava da solo ad Am-Timan, ma il fine settimana veniva a Mongo per passare un po' di tempo con gli altri religiosi.

Alla messa di cui parlavo il clima è meno festoso che a Sarh, non ci sono nemmeno i tanto amati tam-tam. La gente è più ingessata, non ci sono danze tribali, nemmeno nel rinfresco post-messa, sui tappeti nel cortile. Per fare un'altra citazione "sarà che è gente fredda, sarà che non c'è il mare a Mongo...". No, il punto è che in questa zona l'Islam ha una grossa influenza ed esso vede tutto ciò che è tradizione come qualcosa di diabolico e da rimuovere.

Un'altra diversità del luogo è l'atteggiamento della gente che ci vede passare per strada, soprattutto quello dei giovani. Non vorrei ingannarmi, ma le loro facce mi danno l'impressione che ci prendano per i fondelli; molte volte urlano qualcosa in arabo e poi ridono. Probabilmente siamo ridicoli, a partire dall'abbigliamento.

Queste montagne sono molto belle, per la loro composizione di massi rossastri e arbusti. L'altezza è scarsa, in venti minuti si scalano e da sopra si può ammirare la pianura e l'organizzazione del territorio: villaggio, intorno i campi, i pascoli etc.

Su questi rilievi dovrebbero esserci le scimmie, ma tutti i nostri tentativi di avvistarle sono andati a vuoto. Elenco degli animali particolari di Mongo: gazzelle (una addomesticata vive da Franco e si diverte a farsi inseguire dai cani, nettamente più lenti di lei), elefanti (pericolosi), scimmie e scimmioni, gechi (finalmente li vedo, sembrano trasparenti), scarabei stercorari (quelli che spingono palline di escrementi oltre qualsiasi ostacolo), cammelli (ne incrociamo uno solo, perché in questo periodo con il terreno bagnato scivolerebbero, spezzandosi le zampe), "mangia-miglio" (piccoli uccelli rosso vivo), ratel (grande come un cane e tenacissimo; vale la pena documentarsi circa la sua simbiosi con l'uccello indicatore) e parecchie altre specie di piccoli animali non-furiosi tutti sparpagliati nella zona.

Molti missionari in Tchad ci hanno raccontato che qui, quando ti fidi di una persona, quello è il momento in cui ti frega. Ad esempio gente che scappa coi soldi o che fa sparire denaro dalle casse, magari perdendo così un'occupazione stabile e ben retribuita. Non si programma il proprio futuro, si vive alla giornata approfittando delle occasioni. Secondo Adriano è perché la gente non vive, ma sopravvive; e quindi non è lungimirante. Ovviamente ci sono le eccezioni, chi tiene conto anche del lato bianco delle proprie mani.

sabato 25 agosto

Prima di ripartire con il Cessna, ho chiesto a Franco cosa si può fare in Italia per combattere l'indigenza e gli altri gravi problemi che ci sono qui. Anche lui conferma che una cosa utile sarebbe sostenere un progetto ben determinato e in ogni caso tenerci in contatto con loro. Un progetto che ci consiglia di sostenere è quello di Radio Mongo, emittente fondata da un gruppo di amici e che tratta temi sociali come salute, istruzione, sicurezza stradale etc., intervallati dalla musica.Trasmettono da sotto un albero perché non hanno locali a disposizione. La gente incoraggia il loro lavoro, anche il Comune gli da una mano. resta però da pagare l'autorizzazione a trasmettere: 500 mila franchi, un'enormità. I ragazzi lo fanno come volontariato, quindi ulteriori spese sono solo quelle tecniche. Per trasmettere meglio sarebbe da procurare un aggeggio di cui non ricordo il nome: Adriano dice che non dovrebbe essere difficile da trovare in Italia. Purtroppo anche nel gruppo di Radio Mongo c'era l'approfittatore di turno: il responsabile precedente è stato cacciato perché aveva fatto il furbo con la cassa.

Con Franco abbiamo conosciuto anche un gruppo di musulmani, che lavorano in un'associazione (dal nome "Accra" o qualcosa di simile) che si occupa di istruzione, sopperendo spesso alle falle del servizio pubblico. Faceva un certo effetto vedere così tanti arabi nella stessa stanza, con le lunghe tuniche chiare e il berrettino.

Alla partenza dall'aeroporto di Mongo notiamo vecchie bombe da aereo, riposte sotto al piccolo stabile in cui si aspetta l'aereo. Il saluto di Franco è caloroso; non perderemo i contatti. Piove. Patrick deve atterrare sul bagnato e il nostro viaggio per N'djamena subisce una deviazione per evitare le nuvole scure.

L'alloggio è sempre al CCAK. Pomeriggio a fare shopping al mercatino dell'artigianato. Ovviamente è rivolto solo a clienti stranieri, nel senso che pochi tchadiani potrebbero permettersi questi lussi. La cosa si sviluppa in un grande cortile circondato da baracche che vendono tutto ciò che un cacciatore di souvenir può cercare. Tutti mercanti arabi; marketing aggressivo. Io sono uscito con i franchi sufficienti per il solo viaggio col bus/taxi; i 2-3 regalini che ho avuto voglia di prendere erano già in valigia. E così seguo, accompagno gli altri compagni di viaggio di bancarella in bancarella; con noi anche un paio di ragazzi francesi conosciuti al CCAK e operanti dalle parti di Lai. Le cose esposte sono mirabili e forse anche pregiate alcune, ma dopo una decina di tappe mi sembra di svenire. Anche perché ogni mercante cerca di convincermi ad entrare nella sua baracca, anche se gli ripeto che non ho argent e che sono fatigué. Esco e li aspetto fuori, seduto nel posto più confortevole e vicino: un masso in mezzo al fango. Si tratta dello stesso "effetto centro commerciale" che mi capita in Italia. Evidentemente, osservando (non semplicemente vedendo) una tale miriade di oggetti in veloce successione, gli occhi e quindi il cervello si affaticano.

domenica 26 agosto

Stamattina finalmente assistiamo ad una grande messa in lingua locale. In realtà è un misto tra francese e altri idiomi. Dico "assistiamo" perché chiaramente la nostra partecipazione si limita al battere le mani a tempo, il che però non è cosa banale, perché il ritmo è cangiante. Musica con due balafon, due tam-tam, maracas con le perline che sbattono nelle parte esterna della zucca, coro, solisti/e, urli acuti e tremolanti di tanto in tanto e qualche signora ardita che balla sul posto. Le altre signore guardano noi, guardano lei e sorridono, fantasticando sui pensieri che probabilmente ci passano per la testa. Le ragazze che portano le offerte indossano tuniche viola e danzano in parata fino all'altare.

Fino ad ora ho sempre dimenticato di dire che qui i cristiani usano mettere abiti colorati, tipicamente africani, ma con la particolarità che i motivi e le decorazioni che si ripetono sulla stoffa sono scritte, immagini e simboli religiosi. In genere il disegno viene fatto stampare in Nigeria, sempre in occasione di qualche evento, come il giubileo o l'ordinazione di preti.

lunedì 27 agosto

Siamo tornati. Sono tornato. La strada da Venezia a casa mi sembra velocissima e stra-piena di auto. Ho quasi paura... se per caso prendessimo una buca? Inoltre quassù ci sono bianchi ovunque, è una moltitudine brulicante. Si scherza.

La nostalgia si fa sentire nel pomeriggio: certo, finché me ne sto a casa da solo a disfare la valigia, ascoltando "Wake up" degli Arcade Fire, non posso pretendere altro. Una delle cose che forse mi mancavano di più laggiù era certa musica che amo. Ora posso sfogarmi, ma la scelta dei brani deve essere accorta. Bandita la musica depressiva o troppo emozionale, pizzica e taranta salentine prendono il sopravvento. L'energia ritorna.

venerdì 31 agosto

Ora, che sono in Italia da qualche giorno e che sto metabolizzando i ricordi, mi rendo conto di alcune cose importanti che in Tchad non avevo realizzato. Non ho visto alcun tchadiano triste, teso, nervoso, annoiato. L'aggettivo migliore per i loro visi è sereni, difficilmente turbabili.

E un'altra cosa: era veramente da molto che non ero rilassato e senza stress/preoccupazioni/scadenze come lo sono stato in Tchad. Non saprei però dire se vi siano differenze tra questo benessere e quello procurato da una vacanza qualsiasi.

Di sicuro ora ho degli strumenti in più per valutare le cose con il loro giusto peso. Il fallimento di un esame universitario, anche determinante, di sicuro non pesa più come prima.

mercoledì 5 settembre

Ieri sera ho visto le foto. C'è una differenza enorme tra quello che ho vissuto laggiù e quello che queste foto trasmettono. Seppure siano ben fatte e a volte mozzafiato, sono pur sempre limitate, come se l'osservatore avesse i paraocchi perché per esempio lo spettro visivo è di molto limitato. Le immagini sembrano irreali, fredde, immobili. Finte. Quello che abbiamo vissuto in Africa invece era vero, ASSOLUTAMENTE VERO.

Così come si è dimostrato reale il famoso Principio di Pareto ("legge 80/20"). Non viviamo che in una nicchia dorata del mondo, semplicemente un'eccezione, all'interno dell'indigenza diffusa. Ma in ogni caso non si possono fare classifiche tra mondi primi, secondi o terzi. L'unico giudizio che ci può spettare è quello di chiamarli diversi. Semplificare e ignorare con pigrizia la complessità di cui è pervasa la Terra sarebbe un errore grossolano.

Mirco Andreon





 
 
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