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I condizionamenti imposti dalla politica religiosa del governo cinese

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pubblicato marted́ 13 novembre 2007


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Il testo dell'intervento tenuto da padre Angelo Lazzarotto in Seminario a Vittorio Veneto, il 6 novembre 2007.

Nell'archivio a disposizione per il download, oltre a questo stesso documento sono inserite anche la relazione tenuta a Pieve di Soligo il 30 ottobre, e la lettera di papa Benedetto XVI alla Chiesa della Repubblica Popolare Cinese.

Altri testi di padre Angelo sono raggiungibili da questa pagina.



I condizionamenti imposti dalla politica religiosa del governo cinese


padre Angelo Lazzarotto
padre Angelo Lazzarotto

Alla conclusione del 17° Congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc), svoltosi a Pechino poche settimane fa (15-21 ottobre 2007), tra le scarne notizie apparse sui media a proposito delle risoluzioni dell'importante consesso, una riguardava la religione. Vi si accennava ad un aggiornamento del preambolo dello Statuto del Partito, che dice: "Realizzare completamente la politica fondamentale del Partito sul lavoro riguardante le religioni, unendo la massa dei credenti a contribuire allo sviluppo economico-sociale". Si tratta di una espressione un po' generica, ma significativa: si prende coscienza che il fattore religioso può svolgere un ruolo positivo nella società, contribuendo al suo sviluppo globale. Non più quindi soltanto la visione negativa della religione come "oppio del popolo", che aveva dominato la vita cinese nei primi tre decenni dopo la vittoria di Mao Zedong.

I Comunisti cinesi, ispirandosi alla Rivoluzione russa dell'Ottobre 1919, copiarono il modello politico, amministrativo ed economico dell'Unione Sovietica. Come nella Russia sovietica, anche nella Cina di Mao Zedong quindi la religione era formalmente tollerata, ma considerata come un male ereditato dai regimi feudali del passato, una deformazione mentale, una sovrastruttura destinata a scomparire a mano a mano che lo sviluppo economico e sociale ne eliminava le premesse e la ragion d'essere. Compito del Partito, che rappresenta la coscienza rivoluzionaria del popolo, era di favorire questo processo di auto-estinzione, e a questo mirava tutta una serie di provvedimenti restrittivi delle pratiche religiose messi in atto dal Partito e dal governo della Repubblica Popolare C inese (Rpc).

A metà degli anni '60 Mao Zedong, impaziente per la lentezza della trasformazione della società in senso socialista, decise di lanciare la famigerata Rivoluzione Culturale (1966-76). In quel decennio, che anche i dirigenti comunisti hanno poi definito uno dei più gravi disastri della Cina, si tentò tra l'altro di cancellare definitivamente la presenza di ogni religione fra il popolo, distruggendo o trasformando in magazzini o in fabbriche tutti gli edifici sacri della Cina (chiese, templi, moschee). Per i cattolici, fu una spietata persecuzione, che coinvolse anche quegli esponenti ecclesiali che avevano sostenuto il programma politico ufficiale.

La morte di Mao (avvenuta nel 1976) segnava fortunatamente la fine anche di quel parossismo anti-religioso. Dopo l'arresto e il processo della "Banda dei Quattro" i dirigenti comunisti che con Mao Zedong avevano gestito quell'ondata di violenza, il nuovo leader Deng Xiaoping riuscì ad aprire il popolo cinese al mondo esterno, dando priorità all'iniziativa privata e alla modernizzazione del paese. Da allora, cioè dalla fine degli anni '70, è iniziata una nuova epoca per la vita dei credenti in Cina, e questa conversazione si propone di ripercorrerne le tappe più significative di questo ultimo trentennio.


Riemerge timidamente la religione

Il primo accenno che qualcosa cambiava anche per le religioni, si ebbe nella primavera 1978, quando fu riconvocata la Conferenza politica consultiva del popolo in cui erano rappresentate anche le 5 grandi religioni riconosciute. Ma sul piano pratico, la situazione religiosa rimaneva molto incerta e contraddittoria.

Le prime timide aperture in campo religioso si notarono solo nel corso del 1979 quando fu tolto per i cittadini della Rpc il divieto di avere rapporti con i propri connazionali che vivevano all'estero e questi (tra i quali c'erano molti cristiani) venivano incoraggiati a visitare i villaggi di origine e i parenti. La cattedrale Nan Tang di Pechino era ancora l'unica chiesa cattolica aperta in tutta la Cina, ad uso degli stranieri. Ma già alla fine del 1980, la Messa domenicale veniva celebrata anche in 15 altre città della Cina, pur con una partecipazione molto limitata e guardinga.

All'interno del Comitato centrale del Pcc nel 1980 riprese a funzionare il dipartimento del Fronte Unito che si interessa anche della politica religiosa. Fu ricostituito pure l'Ufficio Affari Religiosi che fa capo al Consiglio di Stato e che era stato abolito durante la Rivoluzione culturale. Anche le "Associazioni patriottiche", che il governo aveva fatto sorgere fin dagli anni '50 come strumento privilegiato per "guidare" sulla via della rivoluzione socialista ciascuna delle 5 religioni riconosciute, erano state abolite. Ma nel corso del 1980 esse furono riconvocate dalle autorità politiche, e si tennero così i congressi nazionali successivamente per i musulmani (aprile 1980), i taoisti e i cattolici (maggio 1980), i protestanti (ottobre 1980), e i buddisti (dicembre 1980).

Per l'Associazione patriottica dei cattolici cinesi (Apcc) si trattava del terzo congresso, e alla sua conclusione seguì immediatamente un'altra riunione, a cui parteciparono gli stessi delegati, e che prese il nome di Conferenza dei Rappresentanti cattolici cinesi. E fu questa Conferenza a creare, accanto alla Associazione patriottica, un Collegio dei vescovi cinesi (o Conferenza episcopale) e un Comitato per gli affari ecclesiali. La Conferenza dei Rappresentanti cattolici era intesa come la suprema autorità per la Chiesa cattolica in Cina, così da rendere superfluo il ricorso ad autorità straniere (in pratica, al Papa e alla Santa Sede), per cui non fa meraviglia che la maggior parte dei cattolici cinesi guardasse con sospetto al nuovo Collegio dei vescovi. Quanto alla Santa Sede, essa non poté mai riconoscere questa struttura, che del resto non cercò alcun contatto con Roma, proprio per i presupposti politici con cui era nata.

All'inizio degli anni '80, con la progressiva riapertura o restauro di chiese saccheggiate dalle Guardie rosse, fiorivano molte speranze sul piano delle libertà religiose. Inoltre, numerosi laici, sacerdoti e vescovi che avevano scontato anni, a volte decenni di detenzione o di lavori forzati, potevano finalmente ritornare ai rispettivi villaggi o città. Nonostante le drammatiche esperienze vissute, molti di loro guardavano con fiducia alla linea di rinnovamento di Deng Xiaoping, pronti ad offrire una leale collaborazione alle autorità. Vari, pur non nascondendo la loro avversione alla Associazione patriottica, accettarono di esercitare il ministero sacerdotale nelle chiese che venivano ufficialmente aperte, per rispondere ai bisogni dei fedeli. Ricordo il gesuita Vincent Zhu Shude, che conobbi e potei visitare varie volte all'inizio degli anni '80 a Shanghai; aveva appena riavuto la libertà dopo 25 anni passati nei campi di lavoro forzato (era stato arrestato con il vescovo Gong Pinmei nel settembre 1955). Egli suscitava la mia ammirazione per il suo patriottismo e la sua coerenza. Purtroppo, già nel 1983 Vincent Zhu veniva di nuovo arrestato con la pesante accusa di "crimini contro-rivoluzionari"[1].


Precisi limiti posti dall'ideologia

Molto apprezzato fu in giugno 1980 il rilascio a Canton di mons. Deng Yiming (Domenico Tang), dopo 22 anni di carcere. Qualche mese dopo, le autorità locali gli permettevano di andare ad Hong Kong, dove subì un delicato intervento chirurgico, essendo malato di cancro. Intanto, il 18 febbraio 1981 Papa Giovanni Paolo II, che era in visita alle Chiese dell'Asia, indirizzava da Manila un caloroso saluto a tutti i cattolici della Cina, e il card. Agostino Casaroli, segretario di Stato che lo accompagnava, alla conclusione del viaggio papale passava da Hong Kong per salutare mons. Tang, allora convalescente. Anche se non c'erano stati specifici apprezzamenti da parte cinese, il clima sembrava positivo. Così Domenico Tang, ristabilitosi in salute, decideva di recarsi a Roma alla fine di aprile, dove fu ricevuto dal Papa e dove ebbe contatti cordiali anche con l'ambasciata di Pechino. Ma l'11 giugno esplodeva una violenta polemica. Da Pechino il vescovo Michael Yang Gaojian accusava il Vaticano di "pesante interferenza negli affari interni della Cina". Il motivo era che qualche giorno prima (7 giugno) l'Osservatore Romano aveva pubblicato la notizia che mons. Tang era stato "promosso alla sede metropolitana di Canton". Nel gergo curiale, questo significava che il prelato, che dagli anni '50 risultava amministratore apostolico di quella Chiesa locale, veniva riconosciuto con il titolo di arcivescovo che gli spettava di diritto[2]. L'incidente, frutto forse di mancanza di tatto e di dialogo, ebbe gravi conseguenze, innescando una pesante controversia, in seguito alla quale mons. Tang non poté più tornare in Cina.

In un contesto tanto contraddittorio, il vescovo di Baoding (Hebei) mons. Joseph Fan Xueyan, da poco liberato dal carcere, nel corso del 1981 prendeva l'iniziativa, senza aver potuto consultare la Santa Sede, di ordinare tre vescovi, convinto che occorreva salvare la Chiesa di Cina. Informato della cosa, il cardinale Angelo Rossi, prefetto di Propaganda Fide, con una lettera all'incaricato d'affari della nunziatura apostolica a Taiwan, (il 12 dicembre di quel 1981) autorizzava i vescovi cinesi "legittimi e fedeli alla Santa Sede" a ordinare altri vescovi, se necessario senza previa intesa con Roma. Veniva così esteso alla Chiesa in Cina un privilegio concesso dalla Santa Sede agli episcopati dei paesi dell'est europeo che, in seguito alla conferenza di Yalta (febbraio 1945), erano caduti sotto il regime sovietico, e la Chiesa vi rischiava l'estinzione. Questa apertura, che mirava ad assicurare la sopravvivenza della Chiesa anche nella Rpc, ha portato presto a degli abusi, acuendo le contrapposizioni fra cattolici "clandestini" e "ufficiali" e irritando il governo. Anche mons. Joseph Fan finiva di nuovo in carcere nel 1983.

Intanto in settembre 1982 si svolgeva a Pechino il 12° Congresso del Partito comunista. Nel corso della sua preparazione ci furono dibattiti che toccarono anche la politica religiosa. In un documento riservato fatto circolare dal Comitato centrale in marzo (e conosciuto poi come "Documento n. 19"), si precisava "La fondamentale politica e posizione che il nostro paese deve avere circa la questione religiosa". Questo "Documento n. 19" rimane a tutt'oggi la magna charta su cui si orientano gli organi governativi, ed è dettato dalla classica interpretazione marxista del fenomeno religioso, istituzionalizzando il sistematico controllo del potere politico su tutte le attività delle 5 religioni ufficialmente riconosciute nella Rpc[3]. La nuova Costituzione della Cina approvata in dicembre di quel 1982 dava notevole rilievo al diritto di credere o non credere; ma l'articolo 36 veniva ritoccato all'ultimo momento, con l'aggiunta di un breve comma che ribadiva come "nessuna realtà religiosa in Cina può essere controllata dall'estero": un riferimento implicito al ruolo che i cattolici riconoscono al Papa e alla Santa Sede, e che i dirigenti della Cina comunista non accettano.


Difficile cammino per i credenti fra speranze e timori

I vescovi e sacerdoti che riemergevano dai campi di "rieducazione attraverso il lavoro" all'inizio degli anni '80 erano ovviamente molto preoccupati per il futuro, essendo state chiuse ormai da tre decenni tutte le strutture formative. Trattandosi di un problema che riguardava anche i buddisti e le altre religioni, il governo ne riconobbe la gravità e l'urgenza. Nell'ottobre 1982, il gesuita Jin Luxian, che qualche tempo dopo sarebbe stato ordinato vescovo, poteva riaprire, sulla collina di Sheshan presso Shanghai, il primo seminario cattolico con una trentina di giovani. Altri seguivano in varie parti della Cina, compreso un Istituto nazionale di filosofia e teologia, aperto a Pechino sotto la diretta responsabilità del Comitato per gli Affari ecclesiali e dell'Associazione patriottica. Alla fine di quel decennio già si avevano le prime ordinazioni di circa 200 nuovi sacerdoti.

Lentamente anche la liturgia poté essere rinnovata in linea con la Chiesa universale. Alcune diocesi meglio organizzate riuscivano ad avviare delle iniziative miranti alla stampa di opere utili per l'aggiornamento teologico e pastorale dei cattolici: così a Shanghai la editrice Guangqi (1990), a Shijiazhuang (1981) il giornale Xin (Fede), e più tardi a Pechino Sapientia, una casa editrice impegnata anche in varie iniziative culturali. Anche la formazione delle giovani che intendevano consacrarsi al servizio del Vangelo ha potuto ricominciare a metà degli anni '80, dopo tre decenni di totale dispersione delle comunità religiose. Oggi in quasi tutte le diocesi esistono conventi di suore, impegnate in una varietà di servizi caritativi, assistenziali e formativi.

Sul piano economico, bisogna dar atto al governo di aver riconosciuto alle Chiese cristiane, come ai templi buddisti, taoisti e alle moschee, il diritto a riavere le proprietà che erano state precedentemente confiscate. Nel complesso la situazione delle 5 religioni riconosciute andava migliorando parallelamente al processo di liberalizzazione economica. In un "Libro Bianco sulla libertà di credenza religiosa in Cina" pubblicato in ottobre 1997, il Consiglio di Stato poteva affermare che i credenti raggiungevano allora in Cina i 100 milioni, con 3.000 organismi religiosi e 300.000 persone addette, che potevano usufruire di 85.000 luoghi di attività religiosa. Per i cattolici si parlava di 4 milioni di fedeli (veniva ripetuta la cifra del 1949), con 4.600 chiese o "luoghi di riunione" e un clero di 4.000 elementi.


Quale "autonomia" per la Chiesa Cattolica?

Per la Chiesa cattolica tuttavia, riaffiorava continuamente un contrasto di fondo, riguardante l'interpretazione del principio della Triplice autonomia (auto-amministrazione, auto-propagazione e auto-sostentamento) che il governo aveva imposto fin dagli anni '50, mutuandolo dagli ambienti protestanti. L'attuazione di questa politica che mirava a staccare i cattolici da Roma, è stata affidata fin dall'inizio come compito specifico all'Associazione patriottica cattolica. In molti luoghi l'intransigenza dei responsabili governativi dell'Ufficio Affari Religiosi, incaricati di controllare il "lavoro religioso", spingeva i cattolici a prendere le distanze dall'Associazione patriottica, costituendo, a loro rischio, delle comunità non riconosciute cioè "clandestine". Dove invece le autorità locali erano più tolleranti, la situazione continuava abbastanza tranquilla.

In agosto 1988 il vescovo Ma Ji di Pingliang nel Gansu denunciava pubblicamente una lunga serie di abusi di cui era vittima la Chiesa, e non esitava ad accusare di connivenza l'Associazione patriottica cattolica, dalla quale egli si dissociava apertamente, dopo essere stato costretto ad aderirvi[4]. In quello stesso anno 1988, il vescovo (legittimo) di Shanghai, mons. Gong Pinmei, che era stato liberato dal carcere nel 1985 per motivi umanitari, ottenne il permesso di recarsi negli USA per cure mediche. Intanto cresceva il numero di cattolici che dall'Occidente si recavano in visita in Cina, e la Congregazione per l'Evangelizzazione pensò di inviare alle Conferenze episcopali di vari paesi occidentali una serie di direttive pratiche. Queste, (conosciute come gli "8 punti"[5]), sottolineando le ambiguità dell'Associazione patriottica, specificavano vari casi in cui non era lecita la collaborazione con le sue strutture e i suoi aderenti. Da parte loro, un piccolo gruppo di vescovi, con dei sacerdoti e laici, radunati in una località a nord di Xi'an (Shaanxi) il 21 novembre '89, decidevano di costituire una Conferenza episcopale esplicitamente fedele al Papa e in piena comunione con la Chiesa universale. La maggioranza dei partecipanti alla riunione veniva arrestata nelle settimane seguenti. La Santa Sede non ha creduto di dare una formale approvazione a questa struttura "clandestina", anche per non esasperare le contrapposizioni.

Quanto al governo, esso era deciso ad eliminare una volta per sempre la cosiddetta Chiesa clandestina. Il 24 dicembre 1988, il Fronte Unito in seno al Comitato centrale del Partito emanava una direttiva segreta, approvata dal Consiglio di Stato, conosciuta poi come "Documento n. 3"[6]. Accanto ad alcune concessioni minori, riguardanti per esempio la restituzione delle proprietà ecclesiali confiscate, vi si ribadiva che "il Partito e il governo devono rafforzare il proprio ruolo di conduzione della Chiesa cattolica", che occorreva dare una formazione ideologica a clero e fedeli, e che occorreva mantenere la Chiesa cattolica indipendente dalla Santa Sede: "Il Vaticano non deve interferire, vi si ripeteva, negli affari interni del nostro paese, neanche per questioni religiose". Paradossalmente, questo avveniva mentre il governo stesso aveva fatto circolare voci insistenti di un'imminente apertura di dialogo col Vaticano per riallacciare relazioni diplomatiche tra Roma e Pechino: proprio in quel dicembre '88 erano stati convocati a Pechino 22 vescovi cattolici per prepararli alla grande svolta diplomatica[7]. Pochi mesi dopo avvenivano i tragici fatti di Piazza Tian'anmen, e il clima di "restaurazione" si fece sentire pesantemente anche in campo religioso. Lo conferma una direttiva emanata il 5 febbraio 1991 dal Comitato centrale e dal Consiglio di Stato, dal titolo: "Circolare per una più precisa attenzione verso alcuni problemi posti dal lavoro religioso". Il lungo documento, conciliante nella forma ma severo nella sostanza, mirava con 6 direttive pratiche a dare attuazione, "entro i confini della legalità", alla "politica di libertà religiosa" del governo, rivitalizzando gli organismi patriottici preposti a controllare dall'interno le singole religioni[8].

Nel corso del 1992 venivano organizzate in varie località della Cina anche speciali sessioni di studio per i funzionari del partito addetti a questo "lavoro" in campo religioso. Tra i testi proposti come studio, uno (il n. 6, del febbraio 1992) portava come titolo: "Distruggere completamene l'organizzazione delle forze religiose clandestine"[9]. Il giro di vite non riguardava soltanto la Chiesa cattolica e coinvolgeva anche le supreme autorità politiche, a partire dal Segretario generale del partito Jiang Zemin. Del disagio causato da questa linea dura, si faceva eco in seno alla Conferenza politica consultiva del popolo il leader buddista Zhao Puchu[10]. In quegli anni inoltre, in varie province e municipalità si provvedeva a formulare particolari direttive miranti a rendere efficaci i controlli e i limiti previsti dalle direttive centrali.


La linea politica non cambia

La 5a Conferenza dei Rappresentanti cattolici, svoltasi a Pechino dal 15 al 19 settembre 1992, ebbe anche un aspetto positivo, con la decisione di estendere a tutte le diocesi della Cina l'uso della lingua cinese per la liturgia. Ma la pesante pregiudiziale politica vi era confermata, perché vi si sottolineava che questa Conferenza era la suprema istanza per la Chiesa cinese, in evidente contrasto con la prassi della Chiesa universale e con i dettami del Codice di diritto canonico[11]. La Conferenza infatti approvava lo statuto del Collegio dei vescovi, rivedeva lo statuto della Associazione patriottica e nominava i responsabili di entrambi gli enti. Questo disegno provocatorio veniva confermato dalla bozza di Regolamento stesa il 22 marzo 1993 per l'elezione e l'ordinazione dei vescovi cinesi, in cui non si trova alcun riferimento al Papa o alla Santa Sede[12].

La gravità della situazione veniva evidenziata da una eccezionale protesta inscenata nel seminario regionale di Chengdu (Sichuan), dove gli studenti lasciarono in blocco il seminario nel corso dell'anno scolastico 1994-95 per protestare contro la nomina di un esponente comunista come vice-rettore, in sostituzione del vescovo Giuseppe Xu Zhihuan di Wanxian; il seminario rimase chiuso per due anni. Mentre le autorità cinesi a vari livelli moltiplicavano regolamenti per "disciplinare" le attività religiose", riecheggiavano all'estero denunce per l'arresto di vescovi, sacerdoti e laici appartenenti in grande maggioranza alle comunità clandestine, accusati di trasgredire le leggi dello Stato.

In giugno 1997 moriva mons. Zhong Huade, vescovo di Jinan (Shandong), che per vari anni era stato congiuntamente presidente della Associazione patriottica e del Collegio dei vescovi. Nel gennaio 1998, la 6a Conferenza dei Rappresentanti cattolici eleggeva come presidente dell'Apcc Michele Fu Tieshan, vescovo di Pechino, e come presidente del Collegio dei vescovi mons. Giuseppe Liu Yuanren, vescovo di Nanchino. I due venivano riconfermati dalla 7a Conferenza tenutasi nel 2004. Ma il vescovo Liu, da tempo malato, è morto nell'aprile 2005 e non è stato ancora sostituito alla presidenza del Collegio dei vescovi. Anche il vescovo Michele Fu, che nel frattempo era stato promosso al rango prestigioso di Vice presidente dell'Assemblea del Popolo, è stato a lungo malato ed è morto di cancro ai polmoni il 20 aprile 2007. In pratica, la Chiesa "ufficiale" non è stata rappresentata nell'ultimo biennio da una leadership chiara e autorevole, per cui i media internazionali danno spesso voce ad un laico, Liu Bainian, Vice presidente della Apcc.

Nel 2003, un autorevole funzionario dell'Amministrazione Statale per gli affari religiosi (Sara), Wang Zuoan, pubblicava a Pechino un volume sul lavoro del suo ufficio, che non lascia dubbi sulla linea perseguita dagli ideologi comunisti preposti a dirigere la politica religiosa del governo[13]. Egli vi ripeteva tra l'altro l'accusa che "forze estere ostili usano le religioni per intensificare la loro infiltrazione". Riferendosi alla Chiesa cattolica, Wang spiegava che, nel nuovo contesto sociale della Rpc, la tradizionale politica del governo che mira alla "indipendenza, autonomia e autogestione" della Chiesa rischia ora di vacillare; è per questo, aggiungeva, che si sono rese necessarie da parte del governo delle misure che egli definisce "di gestione democratica della Chiesa". Egli aggiungeva che è compito del suo ufficio "discutere il fondamento teologico, per attribuire alla gestione democratica della Chiesa una legittimazione teologica". Come si vede, le autorità comuniste tentano di arrogarsi addirittura il compito di ridisegnare i confini della fede cattolica, per farli coincidere con le esigenze della propria "politica religiosa".

In quello stesso anno 2003, l'Amministrazione statale per gli affari religiosi spingeva i cattolici a preparare tre nuovi documenti, nei quali venivano stabiliti i poteri e le competenze del Collegio dei vescovi, della Associazione patriottica e della Conferenza dei Rappresentanti cattolici cinesi. Si tratta di documenti che, alla luce della tradizione e della legislazione ecclesiastica, risultano chiaramente inaccettabili per i cattolici[14].

Negli ultimi anni non si registrano mutamenti sostanziali sulle questioni di fondo evidenziate fin qui[15]. Un grave episodio di frattura si verificò il 6 gennaio dell'anno 2000, quando vennero ordinati nella cattedrale di Pechino 5 nuovi vescovi senza approvazione apostolica, mentre altre 6 ordinazioni seguivano durante l'anno. Un'altra grave polemica scoppiava il 1 ottobre 2000, quando il Papa, con una solenne celebrazione in Piazza San Pietro a Roma, dichiarava santi 120 martiri della Chiesa di Cina. L'iniziativa del Vaticano fu violentemente condannata dai media cinesi come una provocazione, specialmente per la data scelta (corrispondente alla festa nazionale della Rpc) e ai cattolici cinesi fu proibito di celebrare l'avvenimento.

Una espressione importante della politica religiosa del governo è stato il nuovo "Regolamento per gli affari religiosi", firmato il 30 novembre 2004 dal premier Wen Jiabao, a nome del Consiglio di Stato. Il Regolamento, entrato in vigore il 1 marzo 2005, consta di 48 articoli e intende mettere ordine alla frammentarietà di norme che si erano accumulate nel corso degli anni. Esso ha dato maggiore sicurezza alle 5 religioni su tempi e modalità di certi adempimenti di legge, ma non ha chiarito questioni controverse, come la prescrizione che proibisce di parlare di religione ai minori di 18 anni e che alcune autorità locali applicano anche ai figli di famiglie credenti, o il riconoscimento di devozioni popolari che non rientrano in alcuna delle 5 religioni riconosciute ma sono oggi assai diffuse.


Persistono gravi problemi di coscienza per i cattolici

Nel corso degli ultimi tre decenni la stampa internazionale ha più volte riportato voci ricorrenti di contatti fra la Santa Sede e Pechino, ma queste notizie sono sempre rimaste senza seguito. Continuano infatti a mancare le premesse per un dialogo serio e costruttivo, capace di risolvere le contraddizioni e le divergenze esistenti. A proposito di scelta e ordinazione di vescovi, che rimane uno dei nodi più intricati, si riscontrano anche casi in cui è stato possibile raggiungere una convergenza pratica: così è avvenuto nel 2005 per un ausiliare della diocesi di Shanghai, e per i vescovi destinati alla successione a Xi'an e Wanxian, dove i candidati avevano ottenuto il consenso sia delle autorità cinesi sia della Santa Sede. A volte la comunità locale, adattandosi al "metodo democratico" imposto dal governo, ha saputo eleggere all'episcopato un giovane sacerdote accetto al governo, ma che aveva trovato modo anche di rivolgersi alla Santa Sede per chiedere l'approvazione del Papa. Ma in altre occasioni, in seguito a scelte imposte dalle autorità e dall'Associazione patriottica, è mancata la consultazione e approvazione della Santa Sede, approfondendo la contrapposizione. Nel 2006 hanno destato particolare eco sui media internazionali le scelte unilaterali e "democratiche" fatte per le diocesi di Kunming (Yunnan), Wuhu (Anhui) e Shuzhou (Jiangsu). La Santa Sede non ha mancato di far sentire la propria condanna per queste "ordinazioni illecite". Periodicamente si ripetono anche violenze o arresti nei confronti di esponenti delle comunità non riconosciute, mentre la polizia interviene con mano pesante per demolire strutture religiose non autorizzate. Questo avviene in molti casi anche per comunità "clandestine" protestanti (dette anche "house churches").

Tra i problemi attuali della Cina c'è la veloce trasformazione della società, accelerata dai milioni di migranti che hanno lasciato le campagne per cercare lavoro nelle città. È difficile misurare le conseguenze dello shock culturale di questi lavoratori, che si trovano troppo spesso privi di protezione legale e di copertura assicurativa, in balia di imprenditori senza scrupoli e vittime della corruzione. Un fenomeno che si nota ovunque è la crescente scollatura tra i giovanissimi e la generazione di mezza età. Il governo tenta di porre rimedio alla caduta di ideali e al vuoto morale provocati dalla corsa al facile arricchimento, rivalutando il Confucianesimo (che in Cina non è considerato una religione).

La crescente secolarizzazione favorita dalla profonda trasformazione sociale si fa sentire in tutti gli strati della popolazione, ma forse proprio questa profonda crisi spirituale apre per il Cristianesimo nuove opportunità[16]. I Protestanti, che in questi decenni sono stati avvantaggiati da migliaia di giovani volontari partiti col sostegno delle Chiese d'America come insegnanti di lingua inglese nelle università cinesi, stanno crescendo numericamente anche più della Chiesa cattolica. E, pur registrando anche nelle loro file una profonda spaccatura tra quanti si adeguano alle strutture ufficiali e quanti ne restano lontani, contano fra i nuovi convertiti anche intellettuali impegnati sulle frontiere della difesa dei diritti umani e nel combattere la corruzione dilagante. Purtroppo, anche all'interno delle comunità cristiane, oggi il pericolo maggiore sembra venire, più che dall'ideologia materialista insegnata in tutte le scuole (a cui i cristiani sono ormai vaccinati), dal diffondersi di un materialismo pratico di cui è impregnata la cultura prevalente, in cui trionfa la ricerca del benessere e del guadagno ad ogni costo.


Sfide e opportunità per la Chiesa di Cina

Tra le priorità pastorali c'è la formazione di un laicato capace di rispondere alle sfide attuali e l'impegno per cercare nuove forme di animazione giovanile, dato che finora la maggioranza delle vocazioni veniva dalle zone rurali.

Secondo statistiche attendibili (pur in mancanza di un vero censimento), i cattolici (che nel 1949 erano meno di 4 milioni) sono oggi circa 12 milioni; i sacerdoti sono 2.500, e le suore 4.800. La grande maggioranza dei sacerdoti e delle suore sono giovani, formatisi negli ultimi due decenni. Ci sono 640 giovani che studiano nei 14 seminari maggiori della Chiesa, con altri 500 nei 18 seminari minori; a questi si devono aggiungere circa 800 seminaristi che si stanno formando in maniera piuttosto precaria in 10 seminari clandestini. Le giovani suore in formazione (nei 40 noviziati) sono circa 1.200, mentre i noviziati clandestini sarebbero 20[17].

In questi ultimi anni, è venuto sempre più in evidenza un fenomeno ormai irreversibile, cioé la progressiva scomparsa della vecchia generazione di vescovi. Dal 2005, sono deceduti ben 27 pastori, la cui età media era attorno agli 85 anni. Il 7 gennaio scorso moriva a Nanning (Guanxi) un vescovo ultra-centenario, che si era prodigato nel ministero pastorale fino all'estate del 2005 (era mons. Giuseppe Meng Ziwen, nato nel 1903).

Negli ultimi mesi, oltre al vescovo di Pechino già ricordato, mgr. Michele Fu Tieshan, è scomparso anche il vescovo di Hankou (Wuhan), mgr Bernardino Dong Guangqin. Egli era stato il primo vescovo ordinato senza l'autorizzazione della S. Sede nel 1958, ma aveva poi chiesto e ottenuto il riconoscimento del Papa. Uno degli ultimi presuli scomparsi invece, mgr. Han Dingxiang (di Yongnian nel Hebei), è morto nelle mani della polizia in circostanze inquietanti, dopo anni di carcere perché era considerato un vescovo "clandestino".

Un cambio generazionale è quindi divenuto inevitabile per assicurare la vita delle diocesi cinesi, nonostante i gravi problemi ricordati sopra circa la scelta e la consacrazione dei candidati. Nel biennio 2005-06 sono stati nove i nuovi vescovi chiamati a governare altrettante diocesi della Cina. Con età media intorno ai 40 anni, sono tra i più giovani vescovi del mondo, appartenendo alla nuova generazione del clero cinese che ha potuto completare gli studi teologici solo dall'inizio degli anni '90. Fortunatamente, vari di loro hanno potuto completare all'estero la scarsa preparazione di cui avevano usufruito nelle inadeguate strutture locali, e questo grazie alla collaborazione delle Chiese sorelle di vari Paesi occidentali che hanno offerto delle borse di studio. A questa riqualificazione non si è opposta l'Associazione patriottica, né è mancato, in molte circostanze, l'appoggio delle istanze governative cinesi.

È in questa complessa situazione che si inserisce la bellissima lettera che Papa Benedetto XVI ha indirizzato ai vescovi, sacerdoti, religiose e laici della Repubblica Popolare Cinese, scritta la scorsa Pentecoste, dopo lunga riflessione e preparazione. Si tratta di un documento articolato dal tono chiaramente pastorale[18], che tocca i molti aspetti della vita della Chiesa in Cina, sottolineando la sofferta fedeltà della stragrande maggioranza dei suoi figli e rivolgendosi anche con rispetto e volontà di dialogo alle autorità del Paese. La Santa Sede anzi, prima di renderla pubblica, ne aveva mandato copia alle autorità di Pechino.

Il Papa vi delinea con semplicità e chiarezza i principi irrinunciabili della struttura della Chiesa, ma usa un linguaggio di paterna comprensione e misericordia nei confronti di quanti, a causa delle forti pressioni e costrizioni subite nel corso di lunghi decenni, possono avere anche in parte ceduto. Al tempo stesso, ribadisce che i cattolici sono impegnati a contribuire lealmente al bene della loro patria, e alle autorità non chiede privilegi, ma solo la libertà di professare la propria fede secondo i canoni ecclesiali. Il Papa abolisce tutte le facoltà speciali concesse finora in circostanze eccezionali e varie norme particolari, facendo di questo documento il punto di partenza per una nuova fase della vita della Chiesa in Cina. Benedetto XVI non manca di ricordare il ruolo centrale che hanno i vescovi nella Chiesa fondata da Gesù, rivendicando il diritto che spetta al vescovo di Roma nella loro scelta e consacrazione, ma riconosce pure al potere civile il diritto di intervenire, in considerazione del ruolo pubblico che essi svolgono nella società.

La lettera del Papa, a lungo attesa dai cattolici fedeli, è stata accolta con unanime consenso sia da coloro che frequentano le chiese ufficialmente aperte e riconosciute, sia da quelli delle comunità "clandestine". Continuano intanto a pervenire notizie di interventi con mano pesante da parte delle strutture politiche, che penalizzano spesso anche i sinceri sforzi di chi vorrebbe uscire dalla "illegalità". Anzi, poco dopo la pubblicazione della lettera del Papa, le autorità cinesi hanno chiuso tutti i siti Internet che la riproducevano, proibendo ai vescovi cattolici di diffonderla e di commentarla[19]. Ma al tempo stesso si registra anche nell'ultimo mese (settembre 2007) un fatto positivo di notevole interesse: l'elezione cioè e la consacrazione di due nuovi vescovi, sui cui nomi hanno potuto convergere sia l'approvazione delle autorità cinesi che il riconoscimento pontificio. Si tratta di due giovanissimi presuli, appena quarantenni: mgr. Paolo Xiao Zejiang, divenuto vescovo coadiutore di Guiyang (in provincia di Guizhou), e mgr Giuseppe Li Shan, che è stato scelto come nuovo vescovo nella prestigiosa sede di Pechino.

padre Angelo Lazzarotto




[1] Si veda una mia rievocazione in una rivista inglese di Hong Kong: "The Church in China - A fifteen year review", Tripod, n. 90, novembre-dicembre 1995, p. 29. Cfr. Amnesty International Report 1984, pp. 218 s.

[2] Quelle vicende sono state raccontate nel mio libro: La Chiesa Cattolica in Cina - La "politica di libertà religiosa" dopo Mao, Jaca Book, Milano 1982, pp. 188 ss.

[3] Il documento è stato pubblicato su Cina Oggi (supplemento al n. 60 di Asia News, Milano), dicembre 1989, n. 5, pp. 84-101. Per un'analisi approfondita del testo, si veda un mio studio: "La politica della Cina comunista nei confronti della religione", in Nuova Umanità, Roma, n. 34-35, 1984, pp. 59-99.

[4] Questa dichiarazione è stata pubblicata sul periodico Cina Oggi, marzo 1989, n. 1, pp. 14-19.

[5] Cfr. Cina Oggi, marzo 1989, n. 1, pp. 3 ss.

[6] Il documento è stato pubblicato integralmente su Cina Oggi, maggio 1990, n. 60, pp. 102-114.

[7] Si veda l'articolo già citato: "The Church in China - A fifteen year review", Tripod (Hong Kong), n. 90, novembre-dicembre 1995, pp. 31 s.

[8] Vi si precisa che occorre "attaccare con decisione le attività criminali mascherate da religione, provvedere adeguatamente all'indottrinamento del personale religioso, ed infine dare una più decisa sottolineatura alla funzione di guida che il Partito Comunista deve esercitare anche in campo religioso". Il testo della Circolare è stato diffuso anche in italiano: cfr. Cina Oggi, novembre 1991, n. 15, pp. 367-376.

[9] Ne offre una traduzione in italiano Cina Oggi, ottobre 1992, n. 19, pp. 557-560.

[10] Un suo preoccupato intervento veniva pubblicato su China Study Journal (London), VII, n. 3, dicembre 1992, pp. 27 ss.

[11] La traduzione italiana dei due statuti approvati è riportata in Cina Oggi, ottobre 1992, n. 19, pp. 561-565. Un'ampia rassegna di tutta la Conferenza è proposta in Cina Oggi del febbraio 1993, n. 20, pp. 3-32.

[12] Si noti che questa bozza è frutto della prima "riunione congiunta" del direttivo del Collegio dei Vescovi Cinesi con quello dell'Associazione patriottica, come previsto "per le questioni importanti" della Chiesa: Cina Oggi, giugno 1993, 22, pp. 17-19.

[13] Wang Zuoan, Zhongguo de Zongjiao Wenti he Zongjiao Zhongce (Problemi religiosi e Politica religiosa della Cina), Pechino, Zongjiao Wenhua Chubanshe, 2003.

[14] La rivista Tripod vi dedica un intero numero (n. 130, Autumn 2003), dal titolo "Three Documents: Codifying or Controlling the Church in China?". Anche Asia News ne ha discusso, offrendone l'integrale traduzione in italiano in vari numeri (n. 1,5,7,8,9) del 2003.

[15] Cfr. "Some key events related to the Catholic Church in China, 1980-2005", nella rivista Tripod, n. 139, Winter 2005, pp. 45-63.

[16] Il quotidiano di lingua inglese China Daily (Online) riportava il 7 febbraio 2007 le conclusioni di un sondaggio condotto da due professori della East China Normal University di Shanghai, secondo cui il 31,4 % dei cinesi sopra i 16 anni si dichiarano aderenti ad una religione (ciò significa circa 300 milioni), e di questi, il 12%, cioè 40 milioni, sono cristiani: cifre assai superiori a quelle normalmente ammesse dalle autorità.

[17] La rivista Tripod (nel n. 139, Winter 2005, p. 64), offre statistiche aggiornate..

[18] Cfr. L'Osservatore Romano, 30 giugno-1 luglio 2007. Per il testo integrale della lettera si rimanda al sito internet della Santa Sede.
Il testo è accluso all'archivio disponibile per il download, contentente le relazioni di padre Angelo.

[19] Per una breve rassegna sui commenti e reazioni alla lettera di Benedetto XVI, cf: Mondo e Missione, ottobre 2007, pp. 10-15.




 
 
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