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Come suscitare la fede?

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pubblicato martedì 31 maggio 2011



I sacerdoti della nostra Diocesi, in occasione dell'annuale assemblea del clero tenutasi il 12 maggio, hanno potuto ascoltare la relazione sul tema "Il ministero presbiterale: missione e primo annuncio", proposta da fratel Enzo Biemmi. Religioso, appartenente alla Congregazione dei Fratelli della Sacra Famiglia, fratel Enzo si è specializzato in pastorale e catechesi all'Istituto superiore di pastorale catechistica di Parigi. Nella Diocesi di Verona, dove risiede, ha ricoperto per dieci anni il ruolo di responsabile della formazione dei catechisti degli adulti e attualmente è membro della Consulta nazionale per la catechesi. I principali contenuti della sua relazione si possono rintracciare in un testo di prossima pubblicazione: "Il secondo annuncio. La grazia di ricominciare" EDB, Bologna 2011.

Dopo l'illustrazione generale della situazione della fede in Europa, Biemmi ha presentato le tre grandi conversioni della pastorale, proposte dai Vescovi italiani. La prima conversione è quella della prospettiva missionaria della pastorale nella linea del primo annuncio: «Molti ritengono che la fede non sia necessaria per vivere bene. Perciò, prima di educare la fede, bisogna suscitarla: con il primo annuncio dobbiamo far ardere il cuore delle persone, confidando nella potenza del Vangelo, che chiama ogni uomo alla conversione e ne accompagna tutte le fasi della vita». La seconda conversione è il ripensamento del modello di iniziazione cristiana in prospettiva catecumenale: «La concezione del catecumenato battesimale, come processo formativo e vera scuola di fede, offre alla catechesi... una dinamica e alcune note qualificanti: l'intensità e l'integrità della formazione; il suo carattere graduale, con tappe definite; il suo legame con riti, simboli e segni, specialmente biblici e liturgici; il suo costante riferimento alla comunità cristiana». In fine, la terza conversione è la centratura dell'annuncio cristiano sugli snodi fondamentali dell'esistenza umana: si tratta cioè di «partire dalla persona e dalla sua esigenza di unità», perché «mettere la persona al centro costituisce una chiave preziosa per rinnovare in senso missionario la pastorale e superare il rischio del ripiegamento, che può colpire le nostre comunità».

Circa una settantina di sacerdoti, divisi in otto gruppi, si è fermata a riflettere sulla relazione. Numerose risonanze emerse nei gruppi mostrano una complessiva convergenza di vedute: non si può più "presumere" che la fede ci sia già, ma essa va "suscitata"; è da preferire la "via inversa", cioè quella che parte dalla testimonianza e arriva in un secondo momento ai contenuti della fede; bisogna partire dall'ascolto; è necessario liberarsi dell'atteggiamento del giudizio; bisogna partire dal vissuto delle persone per illuminarlo alla luce del vangelo; è necessario innervare tutta la pastorale di "primo annuncio"... Molti preti hanno apprezzato l'invito a non rimpiangere, con nostalgia, il cristianesimo del passato ma a guardare avanti con speranza. Più problematico, invece, è stato coniugare queste direttive con la pastorale delle nostre parrocchie.

Dalle sintesi dei gruppi sono emerse, tuttavia, anche delle divergenze, le quali ci segnalano elementi da decifrare e da capire meglio. Vi è chi ha auspicato che "i laici sappiano queste cose" (cioè, quelle dette da Biemmi), anche se è da chiedersi se i laici - almeno alcuni - non le abbiano già capite. Probabilmente, bisogna fare attenzione a non cadere in questo tranello: che "il problema siano gli altri" e non "anche noi". Il problema non è tanto scalfire o incidere sulle idee degli altri (cioè, che gli altri cambino e si convertano), ma soprattutto trovare il modo giusto per annunciare oggi il vangelo (cioè, che io cambi e mi converta).

In un altro gruppo qualcuno ha chiesto "che si verifichi e approfondisca la concezione di Chiesa che sta a monte dell'esercizio del ministero... Si instaurano rapporti che creano un certo tipo di mentalità, ben diversa da quella che dovrebbe contraddistinguere una Chiesa-comunione". Proprio qui Biemmi voleva condurci, come ha detto nella sua relazione: "Il problema della non fecondità dell'evangelizzazione non è un problema della catechesi ma della Chiesa. È un problema ecclesiologico" (cioè, è un problema che riguarda il nostro modo di essere Chiesa). Forse, su questo passaggio, dobbiamo tornare con più attenzione, perché non rischi di sfuggirci. Biemmi ci ha invitati a tornare con molta chiarezza anche su un altro aspetto, molto rilevante per l'oggi della Chiesa, cioè quello del secondo ascolto: "Non sarà aumentando il volume della voce che [la Chiesa] si farà ascoltare, ma tornando discepola lei stessa del suo Signore. Allora il Vangelo le tornerà a parlare e troverà le parole per dirlo agli altri".

a cura di don Alessio Magoga e don Andrea Sech




(da L'Azione, n. 24 del 29/5/2011)




 
 
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